Distribuito malissimo, l’ultimo film di sir Anthony Hopkins - a Roma solo una copia e per giunta nemmeno in pellicola – è una specie di pout-pourri psichedelico e psico-onirico, tra certi prodotti undergound americani anni 70 tipo Safe Place, ai quali probabilmente si ispira il famoso attore, e qualcosa dell’ultimo Lynch (quello che, nella sua ricerca di flussi di coscienza, va oltre Finnegans’ Wake).
Senza comunque avere né le invenzioni visive e drammaturgiche (che nel delirio più delirante, Lynch riesce comunque a dare) né quella purezza sperimentale che l’avanguardia di trent’anni fa riusciva ancora a restituire. Il film è quindi assolutamente incomprensibile, a meno di non seguire perfettamente un po’ tutte le scene, specialmente nel finale, dopo i titoli di coda (ma quali titoli di coda..!?!...: degli 8 spettatori allo spettacolo clou delle 10 e 30 di sabato sera, 5 erano già usciti), quando c’è qualche rivelazione che riporta il film a un ordine umano.
Al di là della comprensibilità, la sfida di Hopkins è quella di fare un’operazione analitica privata (il film è stato scritto poco tempo dopo la perdita dell’anziana madre, e vuole in qualche modo cercare di riconciliarsi con il lutto verso le cose che finiscono) divulgandola ed esponendola come pubblica, affrancandosi dal mondo del cinema che vuole in qualche modo un’attenzione alle regole spettacolo-spettatore come un rapporto di proposta/acquisto.
Hopkins si serve del cinema come strumento privato facente parte della sua cultura e carriera personale, ma che gli può consentire in qualche modo di mettere alla portata di tutti (gli spettatori) le esperienze e i sogni del regista. E’ questo il vecchio patto del dispositivo cinematografico, ma che funziona solo se si rispetta un confine tra la divulgabilità di un pensiero e di un’esperienza personale e il suo carattere privato, il suo isolamento.
Cioè se il privato riesce a essere ricostruito, e astutamente confezionato, in maniera tale da essere condiviso. Per fare un esempio, la pornografia gioca sempre da vincente con la soglia privato/pubblico. La pornografia funziona perché più è privata, più viene desiderata come canale di comunicazione privilegiato. Mentre per gli incubi di Antony Hopkins il gioco è ben più difficile. Il film comunque ha qualche sprazzo di bellezza pura, quando riesce a trovare una soluzione più naturale e meno aggrovigliata, con la memoria dell’autore, e quella del cinema stesso.
Per cui il cammeo di Kevin Mc Carthy, attore degli anni 50 oggi novantenne, famoso per essere il protagonista di L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel, che viene caricato in macchina da Hopkins, e entrambi parlano del deserto americano, in una notte molto on the road in mezzo ai canyon… tutto ciò riporta in maniera forte la figura del baccello come unità corporea che riproduce la finzione dell’attore in quell’altro mondo parallelo che è il cinema.
Questa è una bella intuizione, e Hopkins, ogni tanto ne ha in questo film, solo che nel mercato del consumo valgono altre leggi, e le opere o sono connaturate a un estetica d’autore, come appunto in Lynch, oppure finiscono per essere dei giochi personali, che, grazie ai privilegi di una posizione come quella di Hopkins, possono diventare merce esportabile e distribuibile.