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    Carnera - La montagna che cammina       Le altre Primevisioni
 

Titolo originale Id.
Regia Renzo Martinelli
Sceneggiatura Renzo Martinelli
Interpreti Andrea Iaia, Anna Valle, F. Murray Abraham
Durata 125 min.
Montaggio Osvaldo Bargero
Musiche Aldo De Scalzi
Scenografia Andrea Faini
Fotografia Saverio Guarna
Paese, Anno Italia 2007
Produzione Renzo Martinelli prod., Mediaset
Distribuzione Medusa

  La Trama
 Il film ripercorre i primi trent’anni di vita del campione mondiale dei pesi massimi Primo Carnera. L’infanzia difficile nella campagna di Pordenone, la fuga in Francia dove si guadagna da vivere come fenomeno da baraccone, finché qualcuno lo nota – l’ex campione nazionale dei pesi massimi – e gli consente di imparare la nobile arte. Da qui, Carnera infila una serie di vittorie per K.O e, in pochi anni, viene lanciato nel firmamento mondiale, fino alla conquista del titolo contro Jack Sharkey nell'arena del Madison Square Garden di New York. Ma il titolo durerà meno di un anno, perché lo sbruffone Max Baer, meno potente ma più veloce, glielo porterà via nel 1934, per poi perderlo contro James Walter Braddock, il “Cinderella man” del film di Ron Howard. Il film di Martinelli si ferma praticamente qui, mostrando un Carnera suonato ma ancora giovane, sano e voglioso di riscattarsi, specialmente dagli infidi manager, collusi con le organizzazioni mafiose, che gli hanno rubato molti soldi (e che la stampa e media hanno sempre associato al pugile, come gli “inventori” del fenomeno Carnera, qualcuno asceso grazie a una politica assistenzialista e a incontri truccati). Quel che viene dopo, ossia il Carnera che combatte sul ring fino a oltre quarant’anni per poi finire la carriera come lottatore a più di cinquanta, con il diabete e privo di un rene, ci viene risparmiata.
  Extra
 Sponsor
 
  Recensione

Un cocktail un po’ beverone analcolico a metà tra il film di pugilato alla Rocky, con l’italiano grosso, buono e ignorante (diverse le citazioni, a partire da Burt Young, che nel film di Martinelli fa il manager di Carnera, e la recitazione di Iaia che imita abbastanza quella di Sly), che vuole riscattare l’infanzia e si fa gonfiare a non finire, ma si rialza sempre, e il film agonistico di carattere ideologico-politico alla Alì ma in versione rovesciata, ossia quella del grande eroe nazional-popolare Carnera, che il ministero della cultura e propaganda fascista aveva coniato come icona del bel paese nel mondo.

Martinelli, per sua stessa ammissione, ha cercato di lavorare molto sui film degli ultimi anni dedicati al pugilato - da Scorsese al Ron Howard di Cinderella man, film che propone il ritratto di un pugile povero, che vive e vince il titolo a New York, in piena depressione, negli stessi anni in cui combatte Carnera. Ovviamente Martinelli non è Scorsese, e non è nemmeno Michael Mann, quindi lontano sia dalle invenzioni autoriali di Scorsy sia dalla capacità di Mann di inventarsi il glamour-spettacolo attorno al mondo divistico.

Ma pur rimanendo su un piano del cinema “più tradizionale” di Ron Howard, imbevuto di eroismo e povertà populistici, che non è molto diverso da quello propinato dal film di Martinelli, il personaggio interpretato da Russell Crowe era molto più sfaccettato, e soprattutto ben calato nell’ambiente da cui proveniva, con tutte le belle riprese dei docks di New York ecc. ecc. Va bene, il film di Ricky Cunninghan, l’ex rossetto di Happy Days, aveva più soldi, e più possibilità, però riusciva in qualche modo a far coesistere la vita e il pugilato in un unico corpo, e così anche gli altri film americani citati, compreso quello un po’ fumettistico del vecchio Sly, mentre Carnera è un po’ film-tv, fatto con criterio e un certo gusto, ma troppo trincerato dentro a un didascalismo per famiglie, dove tutti sono un po’ unilateralmente buoni (o cattivi: ma in questo caso pochi), e dove regna l’orgoglio italico, figlio di quella cultura migratoria del passato (come il gelataio belga che ancora adesso mette i CD di Toto Cutugno nel suo negozio di Bruxelles), che , vabbé, descrive un’epoca, ma che a Martinelli piace vederla oggi, e che governa altri suoi film, a partire da Vajont.

I limiti di Martinelli sono un po’ questi: lasciando perdere Il mercante di pietre, che era rovinosamente brutto, per gli altri, i film storici, il regista tende sempre a pucciare nella Storia il biscotto nostalgico di un desiderio di ritorno a un passato agreste e buono di paese. Anche in Piazza delle cinque lune il regista (che in questo caso vuole mostrare proprio il lato opposto dell’Italia, quello cattivo, del palazzo, della congiura massonico-esoterica dove il Regno sarebbe una confraternita permeata troppo con il potere per poter essere visibile) finisce alla fine per restituire sempre delle raffigurazioni un po’ deboli, monocordi, di facile lettura, come potevano essere quelle di Guareschi degli anni cinquanta.

Ma ai tempi di Guareschi l’Italia rurale beveva ancora l’acqua del pozzo, andava in “bagno” nel buco alla turca in mezzo alla neve, faceva 10 km per raggiungere un telefono, e avevi come ministri occhialuti e tristi dirigenti democristiani, e non ministre che fino a ieri posavano per calendari sudate e bagnate. Diciamolo, era proprio un’altra Italia quella. Con altri deliri, forse né meglio né peggio, ma ben diversi da quelli che con continuità vuole proporre il cinema di Martinelli.

  11-05-08
   
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