Ispirato a un fatto realmente accaduto nel 1984 e presentato alle Giornate degli autori dell’ultima Mostra di Venezia, dove non poteva passare inosservato, Cargo 200 è un film crudo e programmaticamente disperato e conferma la cifra stilistica che Aleksej Balabanov aveva già elaborato dieci anni fa in Brother, portato in Italia e premiato dal Torino Film Festival del 1997. Costruito con molta freddezza, il congegno a orologeria di Cargo 200 compone di minuto in minuto un ritratto dell’Unione Sovietica agli sgoccioli che è come una fabbrica di morte.
E per tutta la durata del film l’agonia del socialismo reale genera cadaveri e mostri simili a quell’Evilenko raccontato dal libro e dalla pellicola omonimi di David Greco.
La maggior parte dei protagonisti del film di Balabanov non sa più trattenere i propri istinti né trovare in sé, negli altri o nella “causa” un senso a una vita sempre più grigia e alcolica. L’ambientazione è quella della provincia di un “impero” sterminato, che di periferie ne ha a milioni di chilometri quadrati. E in queste regioni scricchiola ormai ogni centralismo della ragione, dell’etica o della legge, le quali vengono trasgredite nei modi più orribili anche da chi sogna una nuova “città del sole”.
Così come il film è costruito fin troppo bene, anche i personaggi che si muovono su questo sfondo sono altrettanti tipi dalla moralità consumata le cui azioni lasciano di rado spazio alla meditazione o al dubbio: il professore di ateismo scientifico ha ormai deciso di credere in Dio, il burino che sogna una nuova società la costruirebbe a colpi di fucile, il capo della polizia esercita il suo potere senza esitazioni come meglio gli conviene e il giovane che fa affari vendendo alcool di contrabbando ha ben chiaro che arricchirsi sarà il suo solo scopo di vita nella nuova Russia.
Tale umanità evoca in qualche modo quella de Il petroliere, di cui Cargo 200 potrebbe anche essere considerato una sorta di rozzo gemello di oltre Cortina.
Lo spettatore di entrambi questi film non può infatti non porsi il problema di quanto essi parlino dell’oggi, attraverso il passato. Se l’America del film di Paul Thomas Anderson ha poi dato corpo al “no country for old man” dell’amministrazione Bush, ci sarebbero da raccontare molte storie anche sui “nuovi russi”. Su come si sono arricchiti e su quanto sia gradito ai loro figli come regalo di compleanno un bel carro armato…
Il programmatico pessimismo di Cargo 200 potrà anche essere fastidioso, quanto il volontarismo granitico di 12 del collega Nikita Mikhalkov, l’altro film russo premiato l’anno scorso a Venezia, ma forse merita uno sguardo da parte di chi sia interessato a conoscere la vecchia e la nuova Russia, e abbia uno stomaco forte.