Proprio nel momento in cui, anche in Italia, Cormac McCarthy è ormai entrato a fare parte del pantheon degli scrittori viventi, l’onda lunga della sua prosa sembra ormai essersi radicata a Hollywood. Ne sono prova gli adattamenti “diretti” delle sue opere (dopo il successo di Non è un paese per vecchi, è annunciato anche quello del capolavoro Meridiano di sangue da parte di Ridley Scott).
Dopo aver riportato, come è stato detto, il western e il tema della frontiera nella letteratura americana, Mc Carthy sembra esser riuscito a fare indirettamente lo stesso anche per il grande schermo.
Promessa doverosa e necessaria per poter parlare di un film uscito in realtà prima di quello dei fratelli Coen e nel quale il regista David Von Ancken, al suo primo lungometraggio, sembra aver riversato molti dei topoi dello scrittore americano. Ma se quella dei due fratelli era un’opera di reinvenzione della sua opera, Seraphim Falls (ormai inutile arrabbiarsi per l’insulso titolo italiano) è invece fedele alla lettera allo spirito di Mc Carthy, fatto di violenza, simbologie nascoste, solitudini e umanità disperata e multiforme.
E’infatti un’America dalla violenza quasi metafisica quella del film, in cui troviamo uomini (rarissime le donne) costretti a vagare per territori sconfinati e a risolvere quasi sempre i loro brevi incontri col sangue e la violenza. E’anche un America ai primordi, di poco precedente a quella raccontata da Paul Thomas Anderson ne Il petroliere. Anche qui si incontrano carovane di pellegrini, missionari e operai che si spostano con le proprie famiglie per servire la costruzione, capitalistica e non, del paese (laggiù erano i pozzi, qui la grande ferrovia).
La narrazione inizia bruscamente in medias res e procede per progressivi cambi di clima e paesaggi, in un climax che passa dalle Rocky Mountains innevate a un deserto piatto e bruciato dal sole. All’inizio neve, foreste e rapide dominano il paesaggio. Man meno che la vicenda va avanti a esse si sostituiscono canyon, vegetazione bruciata e pianura, fino a digradare verso il calore insopportabile di un deserto dai confini indefiniti e piattissimo.
La natura è comunque irrimediabilmente ostile: che si tratti di cascate che travolgono l’uomo o di deserti dove manca disperatamente l’acqua.
Al centro di un racconto costruito sul tema del perdono e della vendetta troviamo due uomini che il destino ha messo uno contro l’altro. Pierce Brosnan, sempre troppo bello in un ruolo (quello di Gideon) un po’diverso dal solito, è sorprendente soprattutto nella prima, bellissima, mezz’ora. Braccato da cinque uomini e colpito a una spalla, non pronuncia una sola parola, ma solo rantoli e mugugni di dolore e solitudine con cui lo spettatore non può che identificarsi.
Più discreto il finto “cattivo” Carver (Liam Neeson), inizialmente accompagnato da 4 uomini che moriranno uno dopo l’altro. Disilluso, freddo e determinato, nasconde in fondo al suo sguardo imperturbabile le cicatrici del suo passato. Solo verso la fine si comprenderà il motivo che ha spinto Carver a cercare di uccidere Gideon, grazie a un flashback che rompe per un momento la compattezza del film e che forse sarebbe stato più bello suggerire senza mostrare.
Come in Mc Carthy c’è spazio anche per la simbologia e, forse, persino i riferimenti biblici e mitologici, soprattutto nel finale, quando entrambi i protagonisti incontrano due misteriosi personaggi: un indiano (Wes Studi) e una “guaritrice” bianca (Anjelica Huston) che li condurranno alla definitiva resa dei conti. Difficile decifrarli dopo una sola visione. Di sicuro, anche se non originalissimo, Caccia spietata è un atto d’amore al cinema western: denso, eroico e girato con grande rigore e senso della tragedia. In poche parole, profondamente cinematografico. Non è un caso che il direttore della fotografia sia John Toll, quello di La sottile linea rossa.