Il cinema italiano è incapace di guardare oltre il proprio ombelico. Questa è l’accusa più frequente che viene rivolta a una cinematografia come quella di casa nostra, che effettivamente stenta da anni a uscire da un provincialismo che, a onor del vero, è spesso determinato non solo dalla mancanza di idee ma anche da un'aridità produttiva generalizzata. Ebbene, Claudio Sestieri, regista già attivo dagli anni ottanta, ha provato invece a confrontarsi con un testo che va al di là di una visione creativa rassicurante e tutta italica: Salomè di Oscar Wilde.
Non possiamo che apprezzare il tentativo di questo autore, sottolineando anche come il suo Chiamami Salomé sia il risultato di un’operazione di carattere intellettuale poi trasferita all’interno di un’architettura espressiva molto precisa. Sestieri sceglie di giocare la carta dello straniamento e della decontestualizzazione. La vicenda si svolge in una villa/garage/grotta di un boss (della camorra?).
Erode è il capo clan, Erodiade la sua perversa consorte, Salomè la figlia di quest’ultima, perturbante fanciulla ambigua, erotica e per certi versi demoniaca. Il film è girato tutto in interni e si sviluppa lungo coordinate visive decisamente estetizzanti. Gli aspetti cromatici divengono così elementi reali del racconto, mentre ciò che appare in tutta evidenza è il tentativo da parte di Sestieri di stratificare le inquadrature e di rendere ogni immagine complessa e ricca di simboli.
L’idea di far recitare gli attori con inflessioni dialettali, per lo più napoletane, non ci pare così innovativa, mentre l’intero apparato comunicativo/linguistico (inquadrature, composizione delle immagini, montaggio, fotografia) appare caratterizzato da influenze tipiche del cinema di Greenaway, mentre distante anni luce sembra essere Carmelo Bene e la sua Salomè pirotecnica e delirante, basata sul montaggio ritmico/musicale di innumerevoli inquadrature.
L’impostazione di Sestieri è, dunque, certamente degna di interesse, ma si ha l’impressione che nello sforzo di essere creativo il regista finisca per produrre forme visuali già note, prevedibili. Lo slittamento narrativo nel mondo della malavita organizzata non fornisce una particolare connotazione anche se Ernesto Mahieux si propone, in questo caso, come una sorta di mattatore in grado di reggere tutto l’impianto del film, anche con l’ottimo sostegno dell’esperta e puntuale Caterina Verteva.
Il tema di Dio appare il cardine di tutto il racconto, così come la sovversione determinata dall’esplosione dell’eros viene amplificata all’ennesima potenza nel tessuto narrativo che conclude la sua trama nell’abisso della disperazione interiore, nel buio gelido e impenetrabile della morte.