Vera Belmont, regista francese dalla sensibilità spiccata e raffinata, torna dietro la macchina da presa per girare un film a metà fra l'Enfant sauvage e La vita è bella. Questi, almeno, i principali punti di riferimento di cui dichiara apertamente la fascinazione subita, che in effetti si riflettono sulla costruzione meticolosa di un'opera suggestiva, intrisa di elementi appartenenti ora all'uno ora all'altro film.
Da Francois Truffaut, suo caro amico e collega, eredita immaginazione ed eleganza, visionarietà e poesia sopraffine, ma anche brutale concretezza nel ritrarre un esempio dei (realmente esistiti) "ragazzi selvaggi". Dal dramma-premio Oscar del nostrano Roberto Benigni, invece, riprende il tocco genuino, delicato e mai invasivo nel raccontare atrocità filtrate dall'innocenza di uno sguardo infantile.
Nel riportare le pagine pseudo-autobiografiche (per dieci anni spacciate per vere, di fatto figlie di spudorata finzione a scopi pubblicitari) di Misha Defonseca su celluloide, la Belmont guarda in faccia l'Olocausto e sceglie di tracciarne, attraverso un intreccio arendtiano fra storia personale e Storia universale, una parabola commovente e priva di retorica. L'ebrea Misha (una Mathilde Goffart assolutamente espressiva) è un cucciolo d'uomo sperduto fra i lupi, costretta per via delle persecuzioni naziste a sfidare freddo e gelo (dis)umani, nonché indotta a una sintonia familiare quanto forzata con la Natura (là dove, invece, in La volpe e la bambina di Jacquet il contatto con l'animale era ricercato volutamente, in condizioni di benessere generale).
Suo unico strumento di salvezza, nel corso di una marcia estenuante fra i boschi, una bussola. Suo unico scopo, raggiungere quell'Est dove dovrebbe/vorrebbe ritrovare i genitori deportati. Il film sfiora la tragedia della Shoah in punta di piedi, suggerendo più che affermando, tramite immagini anche cromaticamente significative (su tutte, il rosso del mantello/coperta di Misha che squarcia disperato e disperante il finto candore della neve).
Del resto, tutta l'opera può essere decriptata seguendo una sorta di mappa dei simboli, a partire dal senso del titolo: Sopravvivere coi lupi è la condizione di chi si trova a dover lottare contro le aberrazioni prodotte dagli uomini, là dove i lupi, invece, non sono che inoffensivi compagni di strada, tanto più umani da meritare gli affettuosi nomi di "mamma Rita" e "papà Ita". Le musiche fanno il resto, regalando, grazie al talento di Emilie Simon, già sapiente curatrice della colonna sonora di La marcia dei pinguini, la suggestione di un mondo magico, quello della Natura, il cui incantesimo d’armonia collettiva viene puntualmente spezzato da chi confonde il confine uomo-animale finendo ottusamente per trattare i suoi simili come bestie della peggior specie.