Esiste un confine preciso tra espressione di un punto di vista e propaganda ideologico-politica? Può esserci una differenza tra intenzioni progettuali e concretizzazione artistica di tali progetti? Le parole hanno un valore effettivo o possono essere pronunciate con leggerezza? Ci siamo posti tali quesiti dopo aver visto il film di Philippe Aractingi intitolato Sotto le bombe. Ma andiamo con ordine.
La vicenda inchioda lo spettatore alla visione di un toccante road-movie post bellico. Il palcoscenico della storia è il Libano dell’estate del 2006, un paese sempre in bilico tra pace e guerra, uscito da un periodo tragico causato dai bombardamenti israeliani, successivi alle incursioni e al lancio di missili degli Hezballah all’interno del territorio di Israele. Protagonista è una donna libanese, residente a Dubai, che si mette sulle tracce del figlio lasciato per un breve periodo in custodia alla sorella, residente in un villaggio del sud del Libano.
A livello emotivo, il film cattura indubbiamente l’attenzione del fruitore sulla questione umana, che nessun individuo dotato di un minimo di sensibilità può sottovalutare. Tale questione riguarda l’orrore oggettivo della guerra e il dolore provocato dalle atroci separazioni, a volte definitive, che i conflitti bellici provocano all’interno del tessuto sociale. Il racconto di una madre che disperatamente cerca il proprio figlio dopo i bombardamenti non può che commuoverci intimamente, toccare le nostre corde più profonde, finanche sconvolgerci psicologicamente.
Se Sotto le bombe si fosse concentrato nell’esplorazione di questo aspetto, per altro centrale nel rapporto tra effetti di una guerra e sofferenza delle persone coinvolte, sarebbe probabilmente stato un film di assoluto valore, un film oltretutto sostenuto da un impianto registico ben elaborato rispetto alla drammaticità del plot e basato su una scelta di stampo realistico che possiamo senza dubbio definire indovinata (montaggio convulso, inquadrature sporche e mosse, fotografia realistica e sgranata).
Philippe Aractigici invece, probabilmente in assoluta buona fede, si è spinto molto oltre realizzando quello che potrebbe essere definito un “manifesto politico” indirizzato lungo coordinate ben precise che escludono in maniera rigida ogni riflessione di tipo oggettivo. Il regista dichiara che il suo film è dedicato alle vittime di tutte le guerre, anche a quelle israeliane. Il problema è che dal suo lavoro questa presa di posizione, intellettualmente e umanamente molto “alta”, non emerge per nulla, anzi per novantotto minuti si può assistere esclusivamente a un continuo riferimento alle responsabilità di una parte, alle violazioni di una parte, alle devastazioni provocate da una parte, alla cattiveria gratuita di una parte.
Più che un atto di accusa verso l’uso della violenza e della guerra, Aractingi elabora un affresco umano, quello sì veramente intenso, collocando al suo interno punti di vista precisi che scartano totalmente ogni possibilità di porsi degli interrogativi veri su ciò che è successo in quella maledetta estate del 2006. Non viene presa in considerazione l’analisi delle reali responsabilità di entrambe le parti. Sulle sofferenze della popolazione civile israeliana, sottoposta al lancio di migliaia di missili, non v’è nessuna traccia.
Ci domandiamo che senso abbiano operazioni cinematografiche di questo tipo che invece di spingere al pensiero, alla riflessione, al dubbio e a cercare di comprendere le ragioni per le quali le guerre sono ancora così presenti nel mondo contemporaneo finiscono per dividere in maniera semplicistica l’umanità tra buoni e cattivi.