Premio Amnesty International al 57° Festival di Berlino, dove è stato presentato nella sezione Panorama, questo film svedese è un po’ figlio dell’impegno che Amnesty ha intrapreso in questi ultimi anni contro la violenza ai danni delle donne. È un momento questo, in cui inizia a crearsi un clima favorevole al discorso sulla violenza domestica e le ragioni possono essere molteplici: sarà perché il 2007 è stato anno internazionale per i diritti della donna, sarà perché le denunce di violenza sono in aumento, ma il fatto è che se il primo rifugio per accogliere le donne-vittime è nato ormai più di trent’anni fa in Europa, solo oggi il tema giunge agli onori delle cronache e del discorso politico così che questo film non ne è che una conseguenza.
Racconti da Stoccolma è un film troppo lungo e cinematograficamente poco interessante, ma ha almeno il merito di smarcarsi dalle strumentalizzazioni che fanno della violenza domestica un argomento a sostegno di tesi e fobie razziste. La pellicola delinea infatti un ritratto della realtà complesso e lontano dall’ideologia dello scontro di civiltà in cui a essere vittime dei delitti o dei così detti “suicidi d’onore” sono esclusivamente le giovani musulmane. Il film sottolinea anzi come le donne subiscano violenza indipendentemente dal reddito, dal grado di istruzione, dalla religione e dal paese di provenienza. Per giunta, le storie dei protagonisti non si fondono in un discorso coerente, perché se da una parte il tema forte è quello della violenza domestica ai danni delle donne, la terza rimane un discorso più generico che sfiora timorosamente il problema dell'omofobia.
Il risultato visivo del film è complessivamente tetro e reso anche troppo dinamico da un montaggio e da una costruzione delle inquadrature dallo stile decisamente televisivo. Inoltre, dal punto di vista narrativo, tutte e tre le storie dei protagonisti (quella di Leyla in modo particolare) hanno epiloghi che sfiorano il ridicolo e che non vi sveliamo. Da notare è anche uno dei momenti in cui al culmine della tensione, mentre una delle protagoniste si rivolge alle istituzioni europee per denunciare quanto subito, tra le note della cupa colonna sonora si fa strada un accenno di Inno alla gioia, inno dell’Unione europea: ironia o didascalismo? Neppure la presenza di Bibi Anderson nei panni di una madre che non ha timore di difendere la nuora vittima di violenza coniugale salva un film più didattico che cinematografico.