Ciò che conta è il gioco, non i giocatori. Questa è la filosofia commerciale del brand Saw, ormai avviato a ripercorrere le tappe di altri serial-horror, da Venerdì 13 a Nightmare. Giunta al quarto capitolo, il terzo diretto dal bravo Darren Lynn Bousman, la macelleria più famosa del cinema perde il suo motore-protagonista, lo psicopatico Jigsaw interpretato da Tobin Bell, già rimpiazzato da assistenti, complici, fans ansiosi di superare il maestro in crudeltà.
Aperto da una sequenza autoptica realmente terrificante, Saw IV diverte e disturba grazie al consueto mix di thriller e sadismo splatter il cui realismo tecnico ha ormai raggiunto livelli impressionanti. Chi si ricorda più gli arti finti un po’ gommosi di soli dieci anni fa? In Saw la carne, i tessuti, le ossa, il sangue rappresentano il medium utilizzato dal killer per plasmare l’anima, il carattere: lo strazio della carne come ultima possibilità di redenzione.
Bousman dirige con la consueta frenesia visiva, affidandosi ad un montaggio che non rinuncia al vezzo della velocità, spezzettando immagini, nascondendo indizi, ed alla sempre ottima fotografia di David A. Armstrong, veterano dai tempi del primo capitolo, ormai maestro di sangue e sporcizia, rugginose atmosfere low-tech e lampi cremisi. Si nota uno sforzo degli sceneggiatori per movimentare l’intreccio rispetto agli ultimi due capitoli meccanici e ripetitivi, nel tentativo di far quadrare il cerchio, spiegare, mostrare e lasciare aperta la porta al quinto episodio, già in postproduzione.
Il risultato è una trama tanto oscura quanto intrigante, assolutamente incomprensibile per chi non ha seguito l’intera saga, ma spesso poco chiara e logica anche per gli appassionati. Ciononostante lo spettacolo funziona alla grande poiché non importa il "chi" e neppure tanto il "perché", ma piuttosto il "come" e Saw non ha rivali in quanto a creatività sadica, con torture sempre più crudeli e fantasiose, funzionali alla narrazione e percorse da quella moralità morbosa che costituisce il carisma di Jigsaw, distinguendolo dagli altri numerosi psicopatici.
Il caso, unico finora a parte resurrezioni sovrannaturali (Halloween), di una serie che sopravvive al suo protagonista ci rivela una fungibilità dei personaggi inedita: chiunque può essere Jigsaw, basta seguirne i sanguinosi metodi e l’etica distorta, e in realtà, a pensarci bene, non è più necessaria neppure l’incarnazione del personaggio, la sua personificazione, poiché la crudeltà si materializza ormai nella carne straziata delle sue vittime.
Auguriamoci soltanto che la serie mantenga questa tendenza verso l’astrattezza, e di non dovere mai assistere a patetici cross-over tipo "Jigsaw vs. Freddy".