“Comédie du remariage” in versione balneare, atletica e avventurosa, che ricorda un po’ i film francesi con Belmondo pompato e cialtrone anni 60-70 (tipo L’uomo di Rio), ma con un impianto hollywoodiano piuttosto convenzionale, privo di appeal e probabilmente di poca presa qui da noi. I film avventurosi, del filone “caccia al tesoro”, o sono una rielaborazione della spy-story in versione sacrale-misteriosa – da capolavori come Indiana Jones a B-movie movimentati come Il mistero dei templari, e in questo caso anche un brutto film ha il percorso agevolato da tutto quel ben di dio di leggende, riti, esoterismi vari cha vanno spesso a braccetto con tesori occultati - oppure, nelle versioni laiche, devono tenersi più saldi a una solida sceneggiatura o a qualche idea visiva.
Tutte cose di cui Tutti pazzi per l’oro scarseggia. Sebbene Andy Tennant abbia dimostrato di cavarsela bene come regista di commedie divertenti e dotate di ritmo (Hitch, lui le capisce le donne), questa volta deve vedersela con un testo che non si evolve mai, ma rimane troppo ancorato a una giustapposizione di scenette, pur simpatiche e ben incorniciate, ma che nascono e muoiono lì, senza aggiungere nulla a quel che si era visto prima.
Anche l’idea del ri-matrimonio - ossia del matrimonio dopo il divorzio con lo stesso partner, con tutto il suo bagaglio storico di commedie anni trenta-quaranta, nei quali l’amore doveva morire per rinascere sotto una nuova luce, dopo una serie di prove a cui era sottoposta la coppia... tutte cose mirabilmente riprese da un libro di Stanley Cavell, e citate esplicitamente in un’intervista dallo stesso Tennant - appare abbastanza artificiosa e mal sfruttata.
Il regista dichiara che ha voluto riprendere il tema del ri-matrimonio (nella società americana attuale?!? mah…) mettendolo insieme a quello del tesoro (metafora banalotta della felicità e ricchezza dell’accoppiamento, come impresa non facile da raggiungere e meritevole di lode), dimenticando due caratteri fondamentali, che nel film mancano assolutamente: il “terzo” ossia l’amante, che insidia la coppia, elemento letterario fondamentale per generare la crisi e poi il perdono e riavvicinamento, e il fatto che il tesoro venga insediato un po’ da tutti, mentre Kate Hudson no (è solo circondata da vecchi cuochi gay e miliardari che le fanno da padre), nonostante la bella figlia di Goldie Hawn ne abbia tutte le credenziali (specialmente nella versione giovane donna da sposare, più che da sveltina esotica, quindi nel film perfetta).
E per finire con gli elementi del ri-matrimonio mal sfruttati, non si capisce nemmeno perché abbia lasciato il marito, e poi lo rivoglia, dato che lui per tutto il tempo non ha subito il minimo cambiamento, e rimane il bamboccione sognatore di prima. Il film ricalca molto Sahara, di tre anni fa, anche in quel caso con Matthew McConaughey nella versione di esploratore alla ricerca di tesori sepolti, coadiuvato da un aiutante un po’ sfigato, e con la fanciulla di turno, energica, indipendente (interpretata da Penelope Cruz), ma che alla fine non sa resistere al simpatico biondino palestrato ed estroverso.
Sahara, però, era animato da una sceneggiatura più articolata, e giocava anche con maggior estro tra i paesaggi da cartolina nei quali era ambientato. Era più compatto e convincente, e perlomeno Penelope Cruz era conosciuta lì, in mezzo alla sabbia, quindi rappresentava una scoperta carica di curiosità, come il forziere da difendere.