Il fondo dell’abisso negli occhi degli uomini
Esistono argomenti estremamente difficili da portare sul grande schermo? Certamente. Ecco un esempio: le vicende umane e artistiche di Fëdor Michajlovič Dostoevskij. Quella relativa al grande scrittore russo è un’ossessione cinematografica che frulla da sempre in testa a innumerevoli cineasti. Michael Cimino è uno dei questi. Il regista americano chiese addirittura di scrivere la sceneggiatura del film niente meno che a Raymond Carver. Ma questo lavoro non fu mai realizzato ed anzi fu al centro di polemiche infinite.
Anche il russo Andrej Konchalovskij aveva pensato di girare una grande e complessa opera sulla figura dell’autore de "Il giocatore" e "Delitto e castigo". Oggi lo spunto concepito da Konchalovskij è stato ripreso dal nostro Giuliano Montaldo, il quale con I demoni di San Pietroburgo è tornato dopo molti anni dietro la macchina da presa. E ha fatto ciò con un progetto super ambizioso e decisamente significativo, un progetto che avrebbe fatto tremare le vene ai polsi di molti registi.
Il film è stato girato tra Torino e San Pietroburgo e rappresenta uno sforzo produttivo non indifferente, al centro del quale è stato posto un cast comprendente Miki Manojlovic, Carolina Crescentini, Anita Caprioli, Roberto Herlitzka e Filippo Timi. Montaldo e gli sceneggiatori Paolo Serbandini e Monica Zappelli più che un’operazione puramente biografica hanno costruito un racconto basato sui possenti temi della poetica dostoevskijana: la sofferenza provocata dal dubbio, la ricerca e la paura dell’abisso, il mistero dell’uomo, il conflitto tra fede e ateismo, la questione della lotta per la libertà, la forza delle idee e l’uso della violenza politica, lo Stato e la rivoluzione, i sentimenti individuali e il bene collettivo, la separazione tra popolo e intellettuali.
Insomma, gli argomenti al centro de I demoni di San Pietroburgo sono talmente giganteschi che non basterebbero cento lungometraggi diversi a contenerli tutti. Montaldo ha portato a termine il suo lavoro con un’evidente onestà concettuale, con programmatica razionalità. Il suo film, infatti, sembra destinato al grande pubblico, nel senso che l’impostazione registica, finanche quella della recitazione, è calibrata linguisticamente nei confronti di uno spettatore attento, in grado di cogliere la profondità dei contenuti, ma non a suo agio all’interno di una dimensione espressiva fortemente autoriale. I demoni di San Pietroburgo è dunque un’operazione meritoria e palesemente democratica, poiché più comunicativa/divulgativa che strettamente artistica.
Il cast, purtroppo, non è molto equilibrato. Miki Manojlovic, nei panni di Fëdor Michajlovič Dostoevskij, e Roberto Herlitzka, riescono a dare una chiara sostanza espressiva ai loro rispettivi ruoli, mentre gli altri interpreti ci sono sembrati non proprio capaci di restituire sul grande schermo la forza straordinaria dei loro personaggi. Di assoluto interesse, invece, la fotografia di Arnaldo Catinari, il quale ha puntato su un luce fredda (almeno per gli esterni) e dei colori poco saturi, elementi che hanno contribuito a contestualizzare con molta precisione le vicende del film.