Olivier Marchal riparte da dove lo avevamo lasciato, al sorprendente 36, quai des Orfèvres. L’ultima missione riprende infatti molti degli attori e delle atmosfere del precedente film, abbandonando il dualismo tra i due personaggi principali per concentrarsi su un unico protagonista: uno strepitoso Daniel Auteuil nel ruolo di un poliziotto alla deriva che si muove con rabbia in un mondo che ormai non gli appartiene più.
Meno (fortunatamente) “intellettualistico” della media dei suoi connazionali, l’ex poliziotto e attore Marchal dimostra di conoscere, oltre all’ambiente che descrive, i canoni del cinema poliziesco. Come nel precedente film disegna una contrapposizione quasi manichea tra poliziotti onesti e corrotti in cui però, allora a Parigi come oggi a Marsiglia, il male appare decisamente più forte del bene, tra le fila dei criminali come in quelle della PJ (la polizia giudiziaria francese), covo di agenti corrotti sempre pronta a insabbiare scandali e negligenze pur di salvare il suo buon nome e quello di alcuni alti funzionari.
La qualità formale del film è tale che viene quasi voglia di parlare di re-invenzione del genere, anche perché il binomio poliziesco-francese evoca, nell’amante del genere, nomi come Jean-Claude Izzo, Léo Malet, Jules Dassin e soprattutto Jean- Pierre Melville (la conclusione ricorda e omaggia quella di Le samouraï). Di sicuro non è casuale la scelta di Marsiglia, città simbolo del polar francese qui trasfigurata e quasi irriconoscibile, fotografata in una cupezza (anche metaforica) quasi irreversibile da cui emergono solo alcuni indizi della sua forma precedentemente nota: i nomi italiani dei bar, i brevi scorci del porto, le viuzze dei vecchi quartieri.
Le virtù del film sono però forse, più che nella reinvenzione tout court del film noir, nell’utilizzo consapevole dei cliché polizieschi sia del cinema francese che di quello americano, cui Marchal si ispira attraverso una fotografia iper-contrastata e con pesanti interventi di post-produzione. Sporchi, segnati e mal rasati i volti dei protagonisti maschili, anche se i pochi “sbarbati” e ben vestiti, come il commissario Kovalski (Francis Renaud), sono ancora più repellenti e arrampicatori.
Non sono quindi difetti l’assenza di qualsiasi forma d’ironia e la poca chiarezza e originalità della trama: volutamente poco chiaro il passato del protagonista, che lo spettatore ricostruisce soprattutto attraverso flashback in bianco e nero, e accessoria la trama, con un filo conduttore (gli animali domestici) piuttosto scontato. Al regista sembrano interessare molto di più le dinamiche di potere e i confronti tra individui, tutti giocati, anche se in forme diverse, su quello che rimane il topos del genere: la vendetta, spesso condita da una solitudine quasi irreversibile.
Vendetta dell’ex poliziotto contro i suoi colleghi corrotti; vendetta della figlia della vittima contro il carnefice dei suoi genitori; vendetta metaforica, infine, della vita sulla morte, nel finale dove convivono speranza e disperazione. E quando tutto funziona alla perfezione poco importa che l’impianto filosofico e religioso cui si appoggia la sceneggiatura non sia molto complesso, come nei riferimenti alla religione (si veda il crocefisso insanguinato del’ultima scena) o nel dualismo vita/morte dell’ultima sequenza.