Che bluff!
Se “necessità fa virtù”, il protagonista di 21 ha davvero dato il meglio di sé nella - in questo caso, sopraffina - arte di arrangiarsi. Ispirato ad una storia vera, il film di Luketic, racconta in che modo un gruppo di studenti del M.I.T. (il Massachusetts Institute of Technology, una delle più prestigiose università di ricerca al mondo, fondata nel 1865) fecero la loro fortuna a Las Vegas grazie ad un brillante sistema di conteggio delle carte.
L’intelligenza e la matematica applicate al tavolo verde hanno fatto sì che questi ragazzi, nella metà degli anni ’90, diventassero un vero e proprio caso. Luketic, adattando la vicenda per lo schermo, ha mescolato all’eccitazione del gioco, quel romanticismo e quel glamour che non solo gli si confanno (suoi sono La rivincita delle bionde e Quel mostro di suocera) ma sono imprescindibili elementi di certi “giocattoli” hollywoodiani. Perché di questo si tratta.
Ben lontano dalle atmosfere ad alta tensione delle pellicole basate sulla truffa e sul travestimento, 21 è un film che tenta di dissimulare la vacuità della sceneggiatura, stordendo lo spettatore con la musica, ammiccando grazie al fascino fatuo di protagonisti giovani, carini e innamorati, stuzzicando le fashion victims con le griffe e gli amanti dell’action con qualche pugno sulla faccia sfrontata di un Jim Sturgess che sa fare di meglio (vedi Across The Universe) del “secchione” corrotto dal vizio.
Già dal suo inizio, ovvero nel momento in cui il brillante Ben, al cospetto del professore che deciderà le sue sorti per l’agognata borsa di studio, capisce che per ottenerla dovrà presentare un lavoro “straordinario”, la storia imbocca il sentiero della prevedibilità. Il docente senza scrupoli, un gruppo di studenti tentati dal denaro facile e gli sguardi languidi della bella di turno contribuiranno, poi, a far “evolvere” la vicenda verso la pura ovvietà.
Il montaggio serrato in cui le carte appaiono e scompaiono tra le mani abili del crupier e il complesso sistema di segni tra il gruppo di “osservatori” e di “puntatori” non offrono mai un reale momento di tensione e il tutto si risolve in un monotono déjà vu che fa la spola tra l’austera Boston e la sfavillante Las Vegas. Tentazioni e buoni sentimenti, scrupoli e bugie, furbi che si credono invincibili e ingenui che si scoprono infingardi…
21 è tutto questo, condito in salsa di mero intrattenimento a giocarsi (è il caso di dirlo) l’asso nella manica di un nome come Kevin Spacey. Ma è solo un bluff. E, stavolta, non riesce.