Interview, l’originale, è un film del 2003 di Theo van Gogh, assassinato, l’anno successivo da un fanatico islamista, esecutore di una Fatwa, emessa da integralisti a causa di un altro lavoro di van Gogh, Submission, dedicato alle donne musulmane seviziate e maltrattate in seno alla famiglia. Nel film di van Gogh, vediamo una donna, attrice di soap, interpretata da una vera attrice di soap piuttosto scadenti, Katja Schuurman, giocare a un piccolo gioco al massacro psicologico con un uomo di una ventina d’anni più di lei, che recita il ruolo del giornalista impegnato politicamente, inviato di guerra, piuttosto duro e ancorato nelle proprie idee, che disprezza l’attricetta bionda e sciacquetta, ma sotto sotto vorrebbe anche andarci a letto.
Il film si svolge in un appartamento borghese nord-europeo, non particolarmente connotato: l’uomo, che sembra un po’ la versione bella di Carlo Vanzina, ha un atteggiamento distaccato e seduttivo insieme, e funziona bene, anche fisicamente, in quel ruolo con la simpatica Katja, che sembra veramente identica ai suoi personaggi nei ruoli delle infime soap olandesi in cui recita di solito. C’è e non c’è metacinema: e van Gogh gioca probabilmente sulla capacità di estrarre il volto vero dell’attrice, facendole fare quel che fa nelle soap, però con il trucco che quella è la vita vera (nonostante sia ancora una volta cinema).
Bushemi fa il remake di Interview cinque anni dopo, grazie a un’iniziativa del produttore di van Gogh, che ha ottenuto i finanziamenti per realizzare tre film del regista olandese in terra americana. E, a quanto dichiara lo stesso Bushemi, realizza un film fedelissimo alla sceneggiatura di van Gogh. Un’affermazione che potrà anche essere vera per il testo scritto, ma che stravolge completamente l’intenzione originale di Theo, sia per la scelta dei personaggi, che per la scenografia e molte altre cose.
Innanzitutto i personaggi: Bushemi, con la sua solita aria malaticcia e scazzata, potrà funzionare nei panni dell’alcolizzato o del matto o del comico, ma non in quelli del duro reporter di guerra. Non ha assolutamente nulla di paterno, e nemmeno di seduttivo, ma solo di disfatto e simpaticamente un po’ marcio, a maggior ragione se messo di fronte a una Sienna Miller, che dista anni luce dalla biondina Katja Schuurman dell’originale (che era ansiosa di mettersi in mostra e di conquistare qualcuno di un mondo opposto al suo), ed è semmai una super-diva, altera, con una vivace personalità, che oscilla senza mai scomporsi tra la super-sicura e la super-fragile, sorta di Katherine Hepburn in versione contemporanea, e per giunta con il fisico di Sharon Stone di vent’anni fa. Anzi molto più elastico.
Per non dire dell’ambiente dove si svolge il film: un loft di 5000 metri quadri, che già quello basta a collocare il buffo Bushemi nel ruolo patetico di colui che viene soccorso o al più sopportato dalla brava Sienna, che si vede invece costretta a flirtarci, in una scena che forse poteva funzionare in un film dei Farrelly, ma non certo qui. Sienna accentua ancor più il distacco tra il ruolo di super-diva e super-sexy che ha con Bushemi, rispetto a quello della finzione interna la film, cioè del personaggio delle soap, con il risultato che l’Interview di Bushemi non c’entra effettivamente una mazza con il preciso meta-cinema di van Gogh.
Quindi, confrontato con l’originale, il film suona artificioso, e completamente diverso. Ma di per sé si lascia vedere. Ha un suo ritmo, grazie specialmente alle giravolte della protagonista. E sembra un po’ la versione aliena ed eterossessuale di Sleuth, con qualche influsso del vecchio Sesso, bugie e videotape, con la differenza che il kammerspiel di indagine psicologica dell’uno che si infila dentro l’altro, pretende sempre che i personaggi siano entrambi stra-fichi e stra-seduttivi.
Michael Caine e Jude Law possono permetterselo, ma Bushemi no, e infatti non riesce a reggere sui binari che le impone Sienna, a meno di optare per registri anti-realisti. E che comunque, Steve, non ha la personalità registica per controllare (anche come giornalista, nel film sembra più l’inviato della rivista del liceo, che di un credibile newspaper americano, per giunta nazionale: per dirla, era più credibile Panariello in suo film).
Il buffo Steve sembra quasi fare l’errore di Turturro, che nei film diretti da lui, e in cui è anche protagonista, ama fare il fico stra-corteggiato, come rivalsa rispetto ai ruoli, non troppo lontani da quelli di Bushemi, nei quali lo collocano solitamente gli altri registi che lo dirigono.