“Possiamo conoscere la verità?”. Questo l’enigma che attanaglia tutto il thriller del cineasta spagnolo Alex de La Iglesia, pronto a mettere da parte l’humour nero delle precedenti opere (Crimen Perfecto, La Comunidad) per confezionarne una densa di spunti interessanti, basata sulla triade intellettuale crimine-filosofia-matematica. Malgrado si collochi nell’ambito di un cinema d’intrattenimento, la cui intenzione dichiarata è semplicemente “far divertire lo spettatore”, coinvolgendolo nel “gioco di scacchi” fra teoremi e indizi, disseminati sottoforma di rompicapo da risolvere e formule matematiche da decriptare, Oxford Murders si rivela un’opera più complessa di ciò che sembra.
Partendo dalle pagine del romanzo di Guillermo Martinez, il regista firma una sceneggiatura scaltra ed efficace insieme all’amico Jorge Guerricaechevarrìa, per poi dedicarsi ad un’architettura visiva imponente, con danze di numeri ai titoli di testa, piani sequenza insolitamente lunghi e affascinanti (il trucco c’è, ma non si vede), utilizzo di colori d’impatto che rimandano a significati altri (come il celeste puro e limpido dello sguardo iniziale di Elijah Wood, di nuovo alle prese con una faticosa ricostruzione di verità come nel pregevole Ogni cosa è illuminata di Live Shreiber).
Con una discreta impalcatura contenutistica, vivace e originale, ma soprattutto dotata di un dinamismo intellettuale che fa bene al cinema e a chi lo guarda, de La Iglesia si serve del potere delle immagini (ottima la fotografia di de La Rica, impercettibili e dunque funzionali gli effetti speciali curati da Bergés e Solòrzano) per poi divertirsi a muovere i suoi personaggi come pedine, intrecciandoli in un groviglio di delitti e coincidenze studiate nel dettaglio, inseriti in una denuncia velata alla presunzione di chi crede di poter conoscere e prevedere ogni cosa.
Un meccanismo ad orologeria a tratti delirante, che stimola il gusto ludico-investigativo dello spettatore, grazie anche a una galleria di attori credibili nei loro ruoli. Spicca su tutti John Hurt nei panni del Professor Seldom, genio (maligno?) di logica, che tuttavia non tiene conto di ciò che inevitabilmente ne residua: l’imprevedibilità del caso. “La verità è confusa, assurda, casuale e spiacevole”, ma se raccontata con un pizzico di ironia e un tocco di suspense, si scopre molto più ricca di sfumature del previsto.