Giunto al suo terzo film dietro la macchina da presa, il George Clooney regista assomiglia sempre più al Clooney attore e non è detto che sia un bene. Confessioni di una mente particolare e Goodnight and Good Luck erano film per certi versi atipici e diversi tra loro, nei quali Clooney si limitava a ruoli secondari lasciando spazio ad attori meno noti. In Leatherheads si è invece divertito a ritagliare per sé il ruolo del protagonista affascinante, leggermente “up to date” e farabutto che da Fratello, dove sei? in poi gli riesce particolarmente congeniale, come nella saga di Ocean o in Prima ti sposo poi ti rovino (Intolerable Cruelty).
Proprio a proposito di quest’ultimo, i Coen dicevano di averne ricevuto i personaggi “in eredità” dalle grandi commedie brillanti alla Frank Capra. E lo stesso ha fatto Clooney, ispirandosi però direttamente alla rilettura dei due fratelli piuttosto che agli originali: dall’ambientazione, quell’America di inizio secolo cara ai registi, all’umorismo che si fonda soprattutto sulle particolarità o addirittura le mostruosità dei personaggi (si veda il personaggio di Big Gus), sono molti i rimandi ai Coen.
Dai maestri il regista ha imparato forse la direzione degli attori, qui “incastrati” in tipi molto definiti che ben si adattano a una commedia vecchio stile: il campione bello e ingenuo (John Krasinski) , la giornalista d’assalto bella e impertinente (Renée Zellweger) e l’avvocato senza scrupoli (il sempre grande Jonathan Pryce). In certi punti si arriva addirittura a siparietti slapstick come nella scena in cui Clooney e Zellwegger fuggono dalla retata della polizia, salvandosi con gag mimiche da cinema muto.
Programmaticamente “delizioso”, il film è un divertissement effettivamente brillante, oltre che nella recitazione, nella ricostruzione degli Stati Uniti del proibizionismo e del derelitto campionato di Football degli esordi. Anche se qualcosa si inceppa (forse anche a causa del doppiaggio italiano) a livello dei dialoghi e tutto l’impianto, invero compiaciuto, sembra talvolta pendere verso lo scimmiottamento piuttosto che la citazione, come anche nell’uso delle musiche d’epoca.
E la politica? Domanda inevitabile visti i trascorsi militanti del regista e attore. In questo caso viene denunciato soprattutto il progressivo snaturamento dello sport di squadra le cui basi popolari sono snaturate da commissari esterni, telecronisti pudichi e contratti milionari. Contro questa deriva si ergono, fortunatamente, gli eroi belli e “scorretti” di una volta… come Clooney, naturalmente. E qui gli spettatori permalosi e incapaci di scindere il personaggio del film dall’uomo pubblico che presta il volto (e il sorriso equanimemente sornione) sia alla Nestlé che al Darfur, non riescono a celare un brivido di rancoroso fastidio.