Tanto vale dirlo chiaro e subito: da una storia simile, dal bestseller di Philippa Gregory, già trasposto nel 2003 in un film omonimo diretto dall’inglese Philippa Lowthorpe, e da un cast tanto “stellare” ci si aspettava una produzione più di lusso e di respiro, magari anche dark, di quella che invece abbiamo trovato guardando il film. Per attenersi a quanto visto in una delle proiezioni della pellicola alla recente Berlinale, L’altra donna del re racconta con immagini spesso poco elaborate e senza particolari invenzioni registiche una storia già nota e molto poco edificante, che lascia nello spettatore un senso di disagio difficile da scrollarsi di dosso.
Come nel romanzo da cui è tratto, la molla che muove le trame dei familiari delle due sorelle è quella dell’ambizione. Le ambizioni dello zio e del padre, si riflettono anche sulle figlie, prima una e poi l’altra scelte “to be mistress of the King of England”. Ed è frutto di calcolo, sommamente ambizioso, anche la determinazione con cui Anna (Natalie Portman) riesce a farsi addirittura sposare dal re Enrico VIII, che per ripudiare la precedente moglie è costretto a rompere col Vaticano e fonda una sua propria Chiesa d’Inghilterra.
Qual è dunque, al di là della non eccelsa costruzione filmica, il motivo profondo del disappunto seguito alla visione del film? Siamo ancora legati a una concezione della Storia come “Magistra Vitae”? La sanguinosa conclusione dell’ascesa al potere delle sorelle Bolena non è un ammonimento sufficiente? Forse sì, ma il film non sembra lasciare particolari insegnamenti o morali e, avendo forse avvertito gli stessi autori la mancanza di un personaggio veramente positivo, si tenta in parte di farlo interpretare alla bionda Maria alias Scarlett Johannsson, che pure nella prima parte della vicenda non si era certo dimostrata un angelo.
Questo conferma l’identità incerta di una pellicola che sembra rivolta a un pubblico prevalentemente giovane, ma non presenta i guizzi di altre simili opere come la Maria Antonietta di Sofia Coppola, e non riesce ad evitare qualche effetto “soap opera”. Sarà che queste ultime hanno attinto a piene mani a vicende storiche come quelle delle sorelle Bolena, ma l’impressione è che si potesse fare qualcosa di meglio.
Dopo molti moti d’orrore giustificati dalla trista escalation della vicenda, un brivido d’emozione percorre la sala solo nel finale quando s’intravede nell’erede di Enrico VIII la bambina Elisabetta, che risveglia il ricordo della regina Cate Blanchett e della coppia di film di Shekhar Kapur, che, sul piano visivo e allegorico non lasciavano spazio a rimpianti.