Passaggio (assurdo) in India
Dopo aver raccontato le vicende dell’assurdo clan I Tenembaum, Wes Anderson è di nuovo alle prese con una strampalata famiglia, composta da tre fratelli (diversissimi tra loro), una madre fuggiasca in India e l’ombra di un padre morto del quale resta, ad imperituro ricordo, un set di eccentriche valigie.
Con un cortometraggio introduttivo di 13 minuti (Hotel Chevalier, il cui unico elemento di attrazione è la fulgida bellezza di Natalie Portman) che funge da preludio alla storia, Anderson ci invita a partire con lui per l’India in quello che sarà qualcosa di più di un semplice viaggio. Shakerando elementi surreali e momenti di comicità delirante, il regista tenta così di giustificare questo irritante assemblaggio di immagini ammantandolo di un significato profondo che spazia dalla ricerca delle radici familiari, fino alla crescita (sprituale e non) di questi tre fratelli riuniti dal comune desiderio di (ri)trovare la madre, dopo aver seppellito il padre.
Disegnando i suoi personaggi con quei tratti di divertita unicità a lui tanto cari, Anderson avvolge nelle bende Owen Wilson dopo un terribile incidente in moto, mette in fuga Adrian Brody dalla responsabilità di futuro padre e fa di Jason Schwarzman un improbabile seduttore di femmine compiacenti. Il tutto sullo sfondo magnificamente gratuito delle suggestive variazioni cromatiche dei paesaggi indiani. Tuttavia dell’ironia de I Tenembaum e della scanzonata leggerezza di Le avventure acquatiche di Steve Zissou non vi è traccia e anche quella che si vorrebbe spacciare come pennellata surreale non fa che rivelarsi un getto di vernice colorata su ciò che non è altro che uno sbiadito canovaccio nemmeno tanto comico.
Grande impiego (spreco?) di star, con tanto di cameo di Bill Murray e una piccolissima parte che Anderson si ritaglia per sé nel vessato assistente di Wilson, per un film che mantiene molto meno di ciò che promette. Una comicità dell’assurdo che non ha nulla a che fare con la genialità ispirata di questo stile ma se ne appropria impunemente per celare la banalità delle sue trovate.