Titolo originale La Femme De Gilles
Regia Frederic Fonteyne
Sceneggiatura Philippe Blasband, Marion Hansel
Interpreti Emmanuelle Devos (Elisa), Clovis Cornillac (Gilles), Laura Smet (Victorine)
Durata 110'
Montaggio Ewin Ryckaert
Musiche Vincent D'hondt
Scenografia Veronique Sacrez
Fotografia Virginie Saint-Martin
Paese, Anno Francia/Belgio 2004
Produzione Patrick Quinet, Claude Waringo, Christophe Rossignon, Andrea Occhipinti...
Distribuzione Lucky Red (2005)
La Trama
Le donne di Gilles sono in realtà due: la moglie sottomessa e devota che aspetta il marito tutte le mattine, dopo il turno di fabbrica, e si concede ogni volta come se fosse il dovere coniugale più bello del mondo, e la giovane cognatina, acerba e pruriginosa. Gilles, da semplice operaio della provincia francese degli anni trenta, s’incarta: perde la testa per l’amante, ma non vuole lasciare la moglie, la quale, poveretta, sospetta subito l’infedeltà del marito, ma pur di non perderlo, ne diventa complice. Tutto va avanti alla meno peggio, finché la giovane amante si stanca, e vuole anche lei sposarsi e farsi una vita sua…
Come comporre insieme un melodramma da realismo poetico di Carné o Duvivier con uno stile essenziale, ridottissimo nelle riprese, minimale nelle composizioni di pochissimi personaggi, senza rendere il tutto un’operazione troppo concettuale e cerebrale? Questo è il film di Frédéric Fonteyne, già autore di Una relazione privata, che questa volta ambienta la storia negli anni trenta dove può citare alcune forme espressive dell’epoca - l’introversione dei personaggi, la loro macerazione interiore, … - in maniera spontanea e ingenua, per creare una sorta di laboratorio clinico dell’intuizione e del sospetto.
E’ l’idea migliore del film, che Fonteyne porta avanti con rigore e profondità: in un mondo di provincia ancora ancorato alla scansione del tempo antico, ma con quel piccolo salto nel miglioramento delle condizioni economiche, ecco che nasce la noia piccolo-borghese e scoppia il dramma familiare. E del resto che si può fare: si mangia, si fa sesso, si pulisce la casa, si fa una gita in campagna la domenica, e nient’altro: non c’è ancora nessuna incursione di modernità, nemmeno la radio (che tecnologicamente esisteva già), nemmeno i vestiti e le feste. Nemmeno la chiesa e la messa: istituzioni che nel film vengono messe da parte
In questo mondo così ritmato e schedato da non rivelare sorprese se non qualche cosa di brutto che può donarci il destino, si accentuano le energie psichiche e quell’intuizione, tra il pratico e l’animale, che ci fa capire quando qualcosa non va, bastano pochissimi indizi, anzi nessuno. Sui quali è attentissima la concentrazione del regista, che continua così la sua opera sullo studio dei fantasmi della mente, all’interno di un cinema del non detto e del non visto (le cose avvengono sempre fuori campo, a volte c’è una scia di sentore, ma solo appena accennata).
Dopo il film precedente dedicato al fantasma sessuale come forma rituale privata di ogni condizione morale e sentimentale (nella società piccolo-borghese metropolitana di oggi: ormai assuefatta dalla modernità), il regista si dedica in questo capitolo al fronte opposto: quello del legame d’amore come collante indivisibile di una relazione matrimoniale. In pratica, va alle origini del malessere privato e alla nascita, se vogliamo dire, della psicologia di coppia, intesa come tentativo di denunciare le colpe dell’altro, o di incrociarne le esigenze.
L’aspetto puramente denunciatario della condizione femminile, e del sacrificio per l’incapacità di rovesciare schemi atavici e ancora troppo schiaccianti, è però solo l’immagine più evidente e immediata di un’operazione altresì basata sullo studio della (mancanza di) comunicazione inserita perfettamente nel suo contesto socio-espressivo.