C’era una volta il cinema hollywoodiano…
Si potrebbe liquidare Be Cool con due semplici parole: prodotto commerciale. Il fatto è, però, che anche un film concepito e realizzato per motivazioni di carattere economico deve essere fatto con intelligenza e cura, se non addirittura con passione. Be Cool è invece un lungometraggio banale, vuoto e privo di brillantezza. Ancor di più: è un lavoro senza progetto, per giunta portato a termine in maniera approssimativa.
La sceneggiatura non possiede una struttura e un indirizzo narrativo. Episodi più o meno collegati tra loro si succedono in maniera casuale, alternando situazioni soporifere a scenette non proprio divertenti. La regia è manieristica e totalmente appiattita su stilemi parapubblicitari e da videoclip, con la differenza che spot e video sono spesso dei documenti audiovisivi pieni di invenzioni e soluzioni linguistiche imprevedibili.
In sostanza, questa operazione è stata elaborata puntando esclusivamente su volti noti del cinema e dello spettacolo. Sono stati chiamati tre pezzi da novanta del grande schermo: John Travolta, Uma Thurman e Harvey Keitel. Poi si è pensato di aggiungere le partecipazioni di Danny De Vito (anche produttore) e James Woods. Infine, una star del rock: Steven Tyler degli Aerosmith. Il risultato è una sequenza infinita di facce simpatiche e famose che si susseguono senza il supporto di uno straccio di racconto credibile. Aggiungi un bel po’ di canzoni, un po’ di ironia sulle varie etnomafie e sulle gang afroamercane, è il gioco è fatto.
Non è servito al regista Gary Gray il tentativo di dare forza al suo film con continue citazioni dai titoli più famosi di Quentin Tarantino. Da Pulp Fiction e Kill Bill è un continuo riferimento alle pellicole del regista de Le iene, un riferimento però vacuo e poco efficace. La decisione di trasportare l’ambiente della musica in una dimensione caricaturale e parossistica facendolo diventare una sorta di territorio per gangster non regge, così come l’intenzione di “denunciare” lo sfruttamento di cantanti sconosciuti e ricchi di talento da parte di manager senza scrupoli ed etichette discografiche di terz’ordine è confezionata con stupefacente superficialità. Concludiamo, ribadendo che anche un prodotto industriale deve essere costruito con criterio e attenzione. Fare gli imprenditori cinematografici è una cosa seria, per niente facile. E questo a Hollywood dovrebbero saperlo.