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Titolo originale 
Regia Gary Gray
Sceneggiatura  Peter Steinfeld
Interpreti John Travolta, Uma Thurman, Harvey Keitel, Danny De Vito
Durata 114 min.
Montaggio Sheldon Kahn
Musiche  John Powell
Scenografia Michael Corenblith
Fotografia Jeffrey L. Kimball
Paese, Anno Usa, 2004
Produzione Metyro-Goldwyn-Mayer, Jersey Films, Double Feature Films
Distribuzione 20th Century Fox

  La Trama
 Chili Palmer, ex strozzino e produttore cinematografico, decide di cambiare mestiere e di dedicarsi alla produzione musicale. Conosce per caso una ragazza di grande talento che, però, è sfruttata da un individuo poco raccomandabile. Il soggetto in questione la fa esibire in un locale infimo, promettendole un disco che non arriva mai. Chili farà di tutto per aiutare la ragazza, ma il suo tentativo sarà ostacolato da vari personaggi: un mafioso russo, il capo di una banda afroamericana, lo scagnozzo di un produttore malavitoso. Alla fine Chili riuscirà nel suo intento e la sua bella pupilla riuscirà a sfondare nel difficilissimo mondo della musica leggera.
  Extra
 Sponsor
 
  Recensione

C’era una volta il cinema hollywoodiano…

Si potrebbe liquidare Be Cool con due semplici parole: prodotto commerciale. Il fatto è, però, che anche un film concepito e realizzato per motivazioni di carattere economico deve essere fatto con intelligenza e cura, se non addirittura con passione. Be Cool è invece un lungometraggio banale, vuoto e privo di brillantezza. Ancor di più: è un lavoro senza progetto, per giunta portato a termine in maniera approssimativa.

La sceneggiatura non possiede una struttura e un indirizzo narrativo. Episodi più o meno collegati tra loro si succedono in maniera casuale, alternando situazioni soporifere a scenette non proprio divertenti. La regia è manieristica e totalmente appiattita su stilemi parapubblicitari e da videoclip, con la differenza che spot e video sono spesso dei documenti audiovisivi pieni di invenzioni e soluzioni linguistiche imprevedibili.

In sostanza, questa operazione è stata elaborata puntando esclusivamente su volti noti del cinema e dello spettacolo. Sono stati chiamati tre pezzi da novanta del grande schermo: John Travolta, Uma Thurman e Harvey Keitel. Poi si è pensato di aggiungere le partecipazioni di Danny De Vito (anche produttore) e James Woods. Infine, una star del rock: Steven Tyler degli Aerosmith. Il risultato è una sequenza infinita di facce simpatiche e famose che si susseguono senza il supporto di uno straccio di racconto credibile. Aggiungi un bel po’ di canzoni, un po’ di ironia sulle varie etnomafie e sulle gang afroamercane, è il gioco è fatto.

Non è servito al regista Gary Gray il tentativo di dare forza al suo film con continue citazioni dai titoli più famosi di Quentin Tarantino. Da Pulp Fiction e Kill Bill è un continuo riferimento alle pellicole del regista de Le iene, un riferimento però vacuo e poco efficace. La decisione di trasportare l’ambiente della musica in una dimensione caricaturale e parossistica facendolo diventare una sorta di territorio per gangster non regge, così come l’intenzione di “denunciare” lo sfruttamento di cantanti sconosciuti e ricchi di talento da parte di manager senza scrupoli ed etichette discografiche di terz’ordine è confezionata con stupefacente superficialità. Concludiamo, ribadendo che anche un prodotto industriale deve essere costruito con criterio e attenzione. Fare gli imprenditori cinematografici è una cosa seria, per niente facile. E questo a Hollywood dovrebbero saperlo.

  17-04-05
   
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