Liberamente tratto da Delitto e castigo di Dostoevskij, questo film vede la luce circa trent’anni dopo che il soggetto è stato scritto da Suso Cecchi D’Amico, Masolino D’Amico e Luigi Bazzoni. Pensata per Mauro Bolognini la sceneggiatura è stata adesso ripresa dal nipote Andrea e portata sul grande schermo, per raccontare la storia di un delitto cercato e poi temuto, non più nella Russia degli Zar, ma nella Roma prigioniera del folle e sciagurato disegno imperialista di un dittatore che tentò di propugnare una mal definita superiorità della razza italica.
All’ombra di questo scellerato superomismo si svolge la vicenda di Raul, che, dopo tanto elucubrare sul diritto di vita e di morte sugli essere "inferiori", decide di mettere in pratica le sue teorie, uccidendo la triste usuraia (Laura Betti nella sua ultima, breve interpretazione), scontrandosi poi con la realtà di un atto tanto efferato, anche nei confronti di chi, per scelta o necessità, rappresenta il peggio dell’animo umano. In una Roma quasi deserta, al confine tra sogno e realtà, Raul affronta il suo gesto e ne è travolto, ritrovandosi in una sorta di girone dantesco (ben al di là di quell’istinto di superiorità che lo aveva portato al delitto), in cui incontra umili e afflitti, che lo portano a valutare la vita, ogni vita, ben diversamente.
L’argomento, già reso universale dalle immortali pagine del grande autore russo, è di forte attualità, in un mondo che da un lato cerca la perfezione fisica, fatta di bellezza ed eterna giovinezza, e dall’altro continua a vedere guerre combattute in nomi di cosiddette supremazie morali o politiche (la democrazia esportata forzatamente degli Stati Uniti ne è un esempio), così come orribili genocidi frutto di una volontà di predominio che sembra impossibile debellare, nonostante gli orrori passati.
Ci si interroga anche sulla liceità o meno del condannare qualcuno alla perdita della vita, in nome di una inferiorità che però non può essere codificata o misurata, o di un delitto che per alcuni non permette più al suo esecutore di appartenere alla razza umana. Chi può decidere? Chi può perdonare? È tema attualissimo, visti anche i tanti paesi che ancora adottano la pena di morte, troppe volte strumento di disuguaglianza sociale, più che di "giustizia".
Peccato però che tutti gli spunti che un argomento del genere suscita, nel film rimangono ingabbiati da una fretta eccessiva nello svolgere la storia, senza che ci sia il tempo di approfondire i personaggi, né dare loro il modo (colpa anche di interpretazioni poco convinte) di trovare una propria dimensione completa all’interno della trama. Troppo velocemente il protagonista arriva al compimento del suo destino, senza che lo spettatore abbia il tempo e il modo di dare alla vicenda uno spessore, un perché, un vero intreccio. E lasciando la sala, si ha la sensazione di un’occasione sprecata. Un delitto da punire, questo sì.