I padri del cinema italiano di oggi sono anche questi. Di certo cinema, o almeno di certa commedia. Riproposto e fortemente voluto da Vittorio Cecchi Gori, figlio del produttore della serie originale, Il ritorno del Monnezza è personificato da Claudio Amendola, appena più sveglio e credibile del Milian doppiato dal padre Ferruccio, e sceneggiato dallo zio Mario. A riscrivere e dirigere il film l’inossidabile coppia dei fratelli Vanzina, che dopo aver firmato Febbre da cavallo - La mandrakata, già diretto dal padre Steno, si sono candidati in questi giorni a far ritornare sul set anche l’Abatantuono di Eccezzziunale... veramente.
Il ritorno del Monnezza non nasconde quindi i suoi capostipiti, anzi li rivendica ed omaggia fin dalla dedica con cui s’apre il film: “Questo film è dedicato a Bruno Corbucci e Mario Amendola, maestri della commedia italiana e inventori del mitico personaggio di Nico Giraldi. Dedicato a Dardano Sacchetti creatore del Monnezza.” Quest’ultimo ha in più occasioni ricordato persino il ruolo di Trash di Paul Morrissey nella genesi del personaggio, italianizzato in Monnezza a partire dal fatidico Il trucido e lo sbirro del 1976, diretto da Umberto Lenzi. Ma il successo del personaggio di Milian, “il gobbo”, era già stato sancito da Roma a mano armata girato pochi mesi prima dallo stesso Lenzi, e scritto da Sacchetti in una sola notte.
La riproposizione dei Vanzina, presa di per se stessa, funziona a stento come giallo, e convince poco come commedia. Le risate insomma latitano nonostante le battute forzate messe in bocca al novello Monnezza, che, per la precisione, è solo nipote di mignotta, poiché il “fijo” era suo padre. Gli aggiornamenti del nuovo film vanno dal poster di Kill Bill che decora la casa del protagonista accanto a quello di W la foca, alla cronaca della partita della Roma dell’anno scorso interrotta quando l’arbitro Frisk fu preso come bersaglio da qualche distinto tifoso in tribuna. La celebre “padella di c...i vostri” che Nico Giraldi consigliava di farsi a molti suoi interlocutori diventa poi “una padella di kamicazzi vostri”. A ciascuno il suo.
Ciò detto bisogna anche notare che rispetto alle loro stesse infinite possibilità i Vanzina hanno in parte tenuto tirato il freno a mano della volgarità, volendo, fin dall’animazione in 3D su cui scorrono i titoli d’apertura e soprattutto con le musiche di Andrea Guerra, ripercorrere il genere del poliziesco anni ’70. Interessante sarà quindi vedere quale accoglienza riserverà al film il pubblico dei giorni nostri. Vedremo cioè se il fascino del “coatto” non è nuovamente tramontato e se gli sviluppi improbabili dell’intreccio e certe sgrammaticature della regia saranno accettate come fedeltà al genere.