L’onda lunga del documentario ci trascina verso gli abissi oceanici, grazie a questa straordinaria pellicola del ’93 prodotta dalla BBC. La rinascita commerciale del genere documentaristico risale a Bowling a Columbine, cui Michael Moore ha fatto seguire il discusso Fahrenheit 9/11, spingendo milioni di spettatori davanti ad un’opera almeno stilisticamente non "fiction". Il grande successo del documentario "di attualità" ha dato una spinta anche a quelli naturalistici, sempre forti di una platea di appassionati, da Microcosmos a Il popolo migratore, per arrivare a Mondovino e Profondo blu, adesso sugli schermi.
Imperdibile per tutti coloro che rimangono ipnotizzati davanti ai filmati di National Geographic o Discovery Channel, Profondo blu abbandona il taglio didattico-scientifico per un approccio decisamente più estetico-poetico, e ci lascia senza fiato per la sontuosa bellezza delle immagini, per il potente mistero che riesce ad evocare. Senza quasi bisogno di parole, capiamo perché il cognome dell’orca è "assassina" ed anche quanto ciò sia ingiusto e puerile, ci meravigliamo di fronte alla pervicace ostinazione della vita, presente in ambienti di infernale ostilità, rimaniamo ipnotizzati dalla magìa degli abissi, tenebrosa vertigine che si accende di guizzi elettrici e di riflessi di zanne, senz’altro la parte più stupefacente dell’intero film.
Ma, soprattutto, con lo sguardo ormai colmo di meraviglie, ci sentiamo brutti, goffi ed inadeguati. Quanto più straordinario è lo spettacolo della natura, tanto più l’uomo si rende conto di esserne ormai estraneo, alieno da bellezza ed armonia, un nemico, il peggiore. Se all’uscita del cinema non correremo ad iscriverci a GreenPeace, almeno quest’estate evitiamo di gettare in mare la solita busta di plastica.