Come altri documentari distribuiti quest’anno dalla Fandango anche Super Size Me esce in Italia insieme ad un volume firmato dal suo autore, Morgan Spurlock, e intitolato Non mangiate questo libro. Le questioni di partenza di film e libro sono molto serie: perché il 37% dei bambini americani e due adulti su tre di quel paese sono sovrappeso al limite dell’obesità? È legittima l’azione legale intentata da due ragazze contro la McDonald’s per il loro aumento di peso e i conseguenti danni alla propria salute? È insomma colpa delle catene di fast food, della loro pubblicità martellante, del loro sistematico indirizzarti verso i menù più consistenti, se la nostra dieta è spesso come minimo imprudente?
Per raccontare in maniera incisiva i pericoli di una scorretta alimentazione il simpatico Spurlock ha deciso di mettersi in gioco in prima persona, come si conveniva ad un autore/attore di decine di format più o meno discutibili. Tra di essi lo “show” I Bet You Will, circolato per anni su internet e poi diventato un programma di prima serata sull’Mtv americana, in cui il nostro andava in giro per New York ad offrire soldi alle persone pur di fargli fare le cose più assurde: da rasarsi le sopracciglia, a mangiare un sacco di schifezze. Appunto. Non essendo quindi né uno stinco di santo né una personalità del calibro di Michael Moore, Spurlock ha deciso di sottoporsi in prima persona a una “McDieta” di un mese, sperando di recuperare così almeno una parte dei molti chili che lo separavano dal regista di Bowling for Colombine, e di firmare il suo primo vero documentario. Grazie ai soldi versatigli dall’ex moglie.
L’entusiasmo con cui Spurlock affronta un’impresa che sa essere furbissima è quindi palpabile in tutte le prime fasi del film, ma, vero o finto che sia, precipita man mano che i tre pasti al giorno forniti da McDonald’s fanno i loro danni nel corpo della vittima auto-sacrificatasi sull’altare del fast food e dello “show-business”, anche se quello più indipendente. Meno male quindi che per evitare in parte allo spettatore l’indigesta discesa agli inferi (che avrebbe fatto impallidire il ricordo di quella dalla montagna de La morte sospesa) Spurlock condisce il documentario di scorribande attraverso gli USA: partendo dal suo West Virginia (al terzo posto tra gli stati più grassi d’America) fino al Texas, dove Huston può vantarsi d’essere stata la città con più obesi del mondo, palma che oggi sembra spettare a Detroit.
In ogni città l’autore ha provato le locali specialità della McDonald’s, senza mai rifiutare l’offerta di un Super Size Menu, e ha cercato clienti, medici, studiosi da intervistare. Il film allarga così il suo sguardo alle palestre ed alle mense scolastiche, anch’esse in gran parte gestite da multinazionali apparentemente senza scrupoli. Tra queste la Sodexho, operativa su molte compagnie aeree e nelle mense per bambini e anziani di tutto il pianeta, nord Italia compreso, anche se da noi i menù sono fortunatamente diversi.
La questione in primo piano torna così ad essere la salute, in particolare quella dei giovani. Insieme a John Banzhaf, docente di Diritto alla George Washington University, già precursore della lotta contro le multinazionali del tabacco, il film si chiede se quella da grassi e da zuccheri possa essere socialmente accettabile come una dipendenza. E se a quella biologica s’aggiunga quella psicologica indotta dagli spot e dal marketing più subdolo diretto ai minori come i cartoni di Ronald McDonald o la canzone da campo scout The Pizza Hut Song, che ogni bambino americano conosce a memoria.
Nel frattempo Spurlock ha accusato diversi malesseri, si è visto aumentare colesterolo e glicemia a livelli sbalorditivi, è stato consigliato di smettere anzitempo la sua “McDieta” dal 100% dei medici che l’hanno visitato, ed è ingrassato di nove chili in un mese. Per perderli ce ne ha messi invece più di sei e solo grazie alle diete ultra-salutiste della fidanzata vegana: ma il suo scopo era ormai raggiunto.
Come c’informano i titoli di coda del film, la McDonald’s è stata dichiarata non perseguibile nella causa intentatagli dalle due ragazze di cui si diceva prima, ma sei settimane dopo la prima proiezione di Super Size Me e la sua vittoria del premio per la miglior regia al Sundance la stessa McDonald’s ha ritirato tutti i Super Size menù dai propri locali, e ha poi elaborato un programma alternativo chiamato “Go Active!”. Lanciata in occasione dei giochi olimpici di Atene, questa nuova idea prevede sostanzialmente un fresco menù con insalata, acqua, e panini “light”. La McDonald’s ha comunque tenuto a precisare che nessuno di questi cambiamenti ha in alcun modo a che fare col documentario.