Santi, visioni e consumismo
Era tempo che non vedevamo un film strampalato e inconsistente come Millions. Danny Boyle, regista del fortunato Trainspotting (1996), ha tentato la carta della favola raccontata attraverso gli occhi di un bambino ingenuo e delicato e ha confezionato un prodotto senza identità. Cosa vuole essere Millions? Un lungometraggio di finzione per bambini? Un film simpaticamente cattolico? Un feroce atto di accusa contro la società dei consumi? Una parabola sull’ossessione nei confronti dei soldi? Una storia a sfondo sociale? Un’opera fantastica basata sull’immaginazione di un fanciullo? Un thriller per giovanissimi? Una commedia intelligente? Un film d’autore? Una pellicola commerciale?
Probabilmente Millions è tutte queste cose messe insieme. Il fatto è che a voler inserire troppi elementi in una sola vicenda si finisce per perdere completamente il senso del proprio progetto. Millions è un film senza baricentro e direzione, senza carattere e forza espressiva, senza vere invenzioni e idee. A poco serve che l’autore cerchi di connotare le sue immagini attraverso angolazioni particolari, una certa cura nella composizione delle inquadrature e una banale e appariscente ricerca cromatica.
La sostanza dell’opera, infatti, è così evanescente e scontata che anche l’evidente attenzione riservata a determinati aspetti estetici e stilistici finisce per perdere il suo valore. Tutto viene affidato ad un tecnicismo sterile e all’uso inutile della tecnologia digitale. La noia in questo film regna sovrana, invade ogni sequenza, ed anche la simpatia che dovrebbe ispirare il suo protagonista (in realtà cinematograficamente irritante) finisce per trasformarsi in un’arma controproducente.
Millions è un lungometraggio privo di autentico respiro narrativo. Anche la dimensione dell’immaginazione visionaria infantile, che ha ispirato grandi autori della cinematografia internazionale, non riesce a fornire reali spunti di riflessione. A ciò si aggiunge la confusione strutturale della sceneggiatura che mescola generi diversi in modo casuale, senza un disegno narrativo che abbia una sua sostanza riconoscibile e accettabile. Si passa così attraverso atmosfere differenti in maniera meccanica, rigida e ingiustificata.
Che dire di più? Non possiamo fare altro che affermare come questa operazione registica di Danny Boyle sia incomprensibile, frutto forse di un maldestro tentativo di distacco da un certa etichetta di autore estremo che gli è stata attribuita dopo Trainspotting. Ci sembra che, in tal senso, “Millions” sia un incidente di percorso. Chiuso questo capitolo, speriamo che il successivo ci restituisca un cineasta più vivace e concreto.