Incontrarsi a Tokio
Luci, colori, insegne gigantesche, immagini digitali grandi come palazzi. Grattacieli, super alberghi, strade caotiche, traffico intenso ma regolare, fiumi di gente che attraversano la strada in modo veloce e tranquillo. Ed ancora: ristoranti di sushi, studi televisivi deliranti, locali festish, karaoke. Questo è il ritratto che Sofia Coppola ha effettuato di Tokio, città simbolo di un Giappone modernissimo che però nasconde nelle sue pieghe tradizioni antichissime. Lost in Translation fornisce comunque un quadro parziale e abbastanza prevedibile di questo paese, Stato tecnologico e automatizzato abilmente e banalmente ridicolizzato dalla regista americana.
Dopo il bel film Il giardino delle vergini suicide, l’autrice ha proiettato il suo talento creativo in un universo a lei estraneo, cercando di filtrare la raffigurazione dell’ordinato vortice esistenziale giapponese attraverso lo sguardo di due americani particolari: un attore di cinema e teatro ormai solo e disincantato e una giovane neolaureata in filosofia in viaggio in terra nipponica per accompagnare il marito fotografo. Due anime alla deriva, che si incontrano in un territorio che appare ai loro occhi oltre ogni logica possibile. Eppure, sotto la sollecitazione sensoriale a cui verranno sottoposti, ritroveranno il desiderio di amare, di guardare qualcuno in modo intenso, di sussurrare parole profonde.
Lost in Traslation è un lungometraggio che mette nuovamente in evidenza il talento visivo di Sofia Coppola, la quale però sceglie di puntare su questa sua caratteristica creativa tralasciando la sostanza della storia. Così, se ogni primo piano di Charlotte, con alle spalle la modernità della capitale giapponese, è di una forza espressiva notevole, l’evoluzione della vicenda è molto incerta. La sceneggiatura si impantana chiaramente proprio nel momento in cui dovrebbe invece prendere il volo. Tutto è affidato ad alcune scene di indubbia comicità che però non risolvono la pochezza dell’impianto narrativo.
Nota positiva del film, oltre alla capacità di inquadrare da parte della regista, è la prestazione dei due protagonisti: Bill Murray, nei panni del divo americano senza più sogni, e Scarlett Johansson, in quelli della ragazza-intellettuale che non riesce a trovare un centro di gravità permanente.