La religione come ossessione esistenziale
Abel Ferrara, nel bene e nel male, è un cineasta sorprendente, capace di girare piccoli capolavori ma anche di realizzare film totalmente irrisolti. Il suo rapporto con il cinema è contraddittorio e confuso ma il suo talento è cristallino, così come la sua particolare propensione a scavare dentro gli animi umani.
Mary, il suo ultimo film presentato in concorso alla 62° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è emblematico perché racchiude in sé tutti gli elementi stilistici e poetici dell’universo filmico dell’autore de Il cattivo tenente e The Funeral. È inoltre un lungometraggio destinato a far discutere, a causa delle sue tematiche (profondissime) e del suo approccio “scomposto” a tali (enormi) argomenti.
Il rapporto degli individui con la religione, la presenza di Dio nelle vicende umane, lo sfruttamento “artistico” di concetti religiosi, l’idea egoistica della conversione, la verità storica e i dogmi della Chiesa. La materia del contendere è praticamente infinita, e imprendibile anche per le menti più alte e raffinate, ma Ferrara, evidentemente, non teme queste sfide.
L’idea di base e la sostanza del messaggio non sono però elementi chiari. Si ha l’impressione che l’autore si sia perso nel labirinto dei propri pensieri, di riflessioni travolgenti intellettualmente, e forse governate da emozioni non proprio razionali.
Tre personaggi si alternano: un regista un po’ furbo che ha fatto un film sulla figura di Cristo e che pur apparendo cinico e arrivista dice cose più che condivisibili, un’attrice che dopo aver interpretato il ruolo di Maria Maddalena decide di abbandonare tutto e di andare a vivere a Gerusalemme, un giornalista televisivo che ritrova una fede alquanto isterica, e dai risvolti mistici, quando la moglie sta per perdere la vita a causa di un parto molto difficile.
Ferrara sembra illustrare tre diversi approcci alla religione, tre modi contrastanti di misurare la presenza divina nelle cose di tutti i giorni, ma dipinge un quadro terribilmente disorganico, quasi irritante. Nel tentativo di fare chiarezza ha coinvolto anche studiosi della materia e teologi (ebrei e cristiani), ma questo escamotage non è servito a nulla, anzi ha aggiunto disordine. Sullo sfondo intanto scorre la storia contemporanea del Medio Oriente: la morte provocata dagli scontri a fuoco all’inizio della seconda Intifada, i kamikaze palestinesi, e poi le proteste nei confronti del film su Gesù e Maria Maddalena che rappresenta parte integrante dell’impianto narrativo elaborato da Abel Ferrara, insieme a Simone Lageloes e Mario Isabella.
Ci sembra che il regista italo-americano si sia addentrato in territorio pericolosissimo e che si sia impantanato. Eppure, nonostante ciò, Mary è un lavoro che non può lasciare indifferente lo spettatore, un film che pone domande centrali per il genere umano e che, in ogni caso, fa emergere la cifra creativa di un autore di grande spessore, cifra che è rintracciabile soprattutto nella straordinaria impostazione visuale dell’opera (scura, notturna e angosciosa) e nella direzioni degli attori.