Titolo originale Flight of the Phoenix Regia John Moore Interpreti Dennis Quaid, Giovanni Ribisi, Miranda Otto Durata 113' Paese, Anno Usa 2004 Distribuzione Fox
La Trama
A causa di una tempesta di sabbia, un aereo addetto a missioni di recupero precipita nel deserto del Gobi. I cellulari non prendono, l’acqua scarsegga, i viveri pure, il primo posto umano è a mille miglia. Cosa si può fare? Aspettare i soccorsi fino alla morte? Ma lo strano ingegner Elliot ha un’idea: demolire il relitto dell’aereo per costruirne uno nuovo, ovviamente piccolo e povero, ma sufficiente per portare tutti quanti fuori da quell’inferno. Dopo un po’ di litigi e rifiuti, tutti si mettono al lavoro, ma il sole che spunta tutti i giorni è come un cronometro della morte.
Sabbia e deserto, anche qui come in Sahara, ma non si tratta di un road-action turistico, semmai di uno stanzial-action operaistico, dato che i personaggi del film se ne stanno per tutto il tempo a costruire un aereo sotto il solea 60 gradi nel deserto del Gobi.
Remake dell’omonima operadi Robert Aldrich degli anni sessanta, il film è una sorta di kammerspiel in uno spazio immenso e vuoto: un’operazione difficilissima che infatti fallisce quasi completamente. Affidata esclusivamente alla bravura del regista nel tenere in piedi nello stesso punto dieci uomini che fanno un’unica cosa, l’operazione non ha né il cast opportuno (Quaid e Ribisi fanno la loro parte, ma il resto è deserto come lo spazio che li circonda) né c’è una drammaturgia per sfoderare un po’ di tensione, odio, amore…insomma qualcosa che scuota una scena dove tra l’altro, dopo mesi di sudore e digiuno, sono tutti belli pompati e muscolati, proprio perfetti fighetti che c’hanno la palestrona con l’aria condizionata e tutti gli integratori che vogliono dietro la prima duna.
La verosimiglianza del film tocca il fondo poi su un punto. Possibile che una squadra abituata a lavorare in mezzo al deserto, e un equipaggio il cui compito è di fare missioni di recupero, possibile che nessuno di loro abbia un cellulare satellitare?Questo dettaglio, non da poco vista la fittissima griglia di onde e segnali che ormai ci avvolgono, rende l’idea di come il film di Aldrich avesse una coerenza che ormai non può più esserci. Negli anni sessanta, se ti trovavi in un deserto senza l’attrezzatura opportuna ci morivi, è questo creava immediatamente apprensione e suspense per le vicende. Oggi bisogna inventarsi qualcos’altro, e infatti l’unica parentesi action, cioè la tempesta di sabbia tutta digital-sfx e l’atterraggio di fortuna non sono niente male, però finiscono presto. Pessimi i virtual-dolly a schiaffo che ogni tanto il regista s’inventa per non farci addormentare. Comunque c’è di peggio: l’ultimo Costner e la commediola marcio-gerontofila.
Curiosità
Osserviamo che anche qui, come in Sahara, la presenza femminile è ridotta al minimo, e nemmeno indispensabile. In questo delirio gay-androceico l’isolata esimpatica Miranda Otto proprio non se la fila nessuno (i negroni pompati non la raccontano tanto giusta, anche l’occhialuto nerd Ribisi sembra amare-odiare un po’ troppo il bel capitano Quaid, che a 50 suonati c’ha sempre i mitici addominali di una volta). Impossibile il confronto con il cast del film di Aldrich: basti dire che al comando dell’aereo c’era Jimmy Stewart, vicino a lui Peter Finch ed Ernest Borgnine (per non dire di chicche come Dan Durya, grandissimo interprete di B-movie noir, o lo storico nemico di Clint: il grosso George Kennedy), mentre il ruolo dello sfigato occhialuto era ricoperto da Hardy Kruger, il mitico Capitano Potzdorf di Barry Lindon.