Titolo originale Id. Regia Cameron Crowe Sceneggiatura Cameron Crowe Interpreti Tom Cruise, Penelope Cruz, Cameron Diaz, Kurt Russell Durata 136' Montaggio Joe Hutshing Musiche Nancy Wilson Fotografia John Toll Paese, Anno Usa,2001 Produzione Fernando Bovaira, Danny Bramson, Cameron Crowe, Tom Cruise Distribuzione UIP
La Trama
David Aames è giovane dirigente di una casa editrice di New York. Spregiudicato e assai rampante, il ragazzo è abituato ad ottenere tutto molto facilmente: le opportunità, le donne, il successo. Finché non incontra Sofia e capisce improvvisamente che la vita può offrire molto di più del sesso occasionale e di qualche relazione superficiale. La sua esistenza subisce una svolta improvvisa e profonda che lo porta dove non avrebbe mai immaginato di andare: alla ricerca della propria anima e del significato dell’amore.
Il dramma (pop) del non-risveglio Se la vita fosse un sogno interminabile, potrebbe diventare un incubo senza fine? David, giovane e ricco rampollo newyorkese, lo scopre sulla sua pelle precipitando in un gorgo in cui fantasia e realtà si incontrano, si scontrano, si confondono… Omaggio made in Usa all’interessante Apri gli occhi (1997) di Alejandro Amenabar, Vanilla Sky è più che una sorta di “cover di una celebre canzone”- come ha affermato il regista - o di una rivisitazione pop di quell’insolito thriller dalle atmosfere cupe dell’incubo tipicamente amenabariane, in cui si racconta il progressivo sprofondare dell’animo di un uomo. Dell’originale Crowe si lascia affascinare dalla storia, segue la falsariga di Apri gli occhi per giocare con il sogno, mescolare le carte, alterare i contorni di ciò che si vede o di quel che sembra essere. Come in un trompe l’oeil cinematografico, l’eclettico regista inganna, appunto, la nostra visione, stuzzica i nostri sensi e i nostri ricordi, spargendo per ogni dove dettagli di culto, dalla locandina di un disco alla locandina di un film. E anche il protagonista, dal volto sfigurato dietro una maschera, rimanda ad un simbolismo fin troppo facile.
Il limite di Crowe - e conseguentemente del film - è proprio questo: l’esasperazione estetica con la quale descrive personaggi e luoghi, a discapito della forza della narrazione. Il gioco delle parti tra realtà e sogno finisce per prendergli la mano e fargli così sfuggire la possibilità – decisamente più interessante – di esplorare l’incubo e i suoi meandri. Si ha così l’impressione che il dramma del non-risveglio sia solo un pretesto per fare sfoggio di un certo virtuosismo registico, condito da qualche elemento furbetto da spacciare per un’incursione, più o meno convinta, nel disagio dell’uomo moderno. In 136 minuti si finisce per confondere non solo (e volutamente) il racconto narrato ma anche la mente dello spettatore al quale, verso la fine, un “provvidenziale aiuto” (trovata decisamente infelice) tenterà di svelare l’arcano. Su uno sfondo alla Monet, la stella di Tom Cruise non brilla di particolare fulgore e Penelope Cruz (Sofia anche in Apri gli occhi) si limita a “spagnoleggiare” come, evidentemente, sembrano richiederle i registi oltreoceano. Insomma, se qualcosa di nuovo vi aspettate sotto questo cielo non sarà quello color Vanilla.