Fra i compositori europei più interessanti della generazione dei quarantenni (assieme al francese Alexandre Desplat e all’inglese Edward Shearmur), Dario Marianelli ha ricevuto per la colonna musicale di Espiazione l’ambito Golden Globe e ottenuto la candidatura all'Oscar; precedentemente un’altra sua partitura, quella di Orgoglio e pregiudizio, aveva già ricevuto una nomination.
Nei due film della collaborazione con il regista Joe Wright è emerso un profilo del musicista come autore complementare di mondi letterari preesistenti, più marcatamente nel film da Jane Austen, in ogni caso lavorando alla creazione di un testo musicale che segnala l’operazione critica in atto, il rapporto con la fonte e dialetticamente con il presente dello spettatore. Partiture, insomma, di un passato/presente che impiegano le forme storiche con la disinvoltura e la sensibilità del nostro tempo.
Tutti gli interventi pianistici nei due film sembrano possedere questa cifra, ma non siamo di fronte a un compositore che rivendica uno stile o una firma; Marianelli in altre produzioni mostra un approccio differente alla scrittura e alla strumentazione, come si evince dall’ascolto di V per Vendetta e soprattutto del soprendente Il buio nell’anima.
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Venendo all’oggetto di questa recensione, c’è anzitutto da rendere conto del tema di maggiore impatto dell’intera partitura, “Briony” che poi si ritrova in “With My Own Eyes” e in “Come Back”: si tratta di una composizione per pianoforte, orchestra e macchina da scrivere, che trae la propria origine e ragione dalla vicenda narrata. La fascinazione esercitata da questo suono percussivo inusitato è fortissima, e va detto che ha un precedente importante, che forse non sarà sfuggito allo spettatore meno giovane: si tratta del “Concerto per quattro macchine da scrivere e orchestra” composto oltre mezzo secolo fa da Mario Nascimbene per il film Roma ore 11 di Giuseppe De Santis.
Naturalmente la scrittura di Nascimbene era, in quel frangente, di assoluta asciuttezza e di geometria elementare, perfettamente organica al tema civile del film; mentre qui siamo di fronte all’estasi febbrile della protagonista, alla sua sensibilità abnorme, alla sua attività fantasmagorica, che Marianelli traduce nella ricorsività dell’arpeggio, nell’ossessività del battere dei tasti, immergendo il tutto in un clima emotivo denso, a tratti stravinskiano.
Altre pagine, specie quelle di ispirazione musicale e narrativa che diremmo romantica, ricordano l’apporto “ottocentesco” di Michele Fedrigotti a La vita che vorrei di Giuseppe Piccioni, mentre ancora altrove (“The Half Killed”) c’è una somiglianza “di famiglia” con l’apparato retorico di Michael Nyman.