Paolo Buonvino è senza dubbio, fra i professionisti del panorama italiano, il più gradito ai committenti per la capacità di elaborare soluzioni musicali esattamente a misura del film, buono o cattivo che sia. E’ invece un caso di sproporzione questa partitura per I viceré di Faenza, un ibrido cine-televisivo senza alcuna importanza, cui Buonvino si applica con eccellente profitto, raggiungendo in alcuni passaggi forse i maggiori esiti della carriera.
Di certo gioca a favore del compositore il non aver tentato un approccio storico-mimetico, né platealmente a contrasto, andandosi piuttosto a collocare in un ambito di consolidata retorica, fra Kaczmarek, Rachel Portman e il Morricone più sobrio, con occasionali rimandi a Philip Glass. L’architettura complessiva è ben studiata, politematica senza eccessi di caratterizzazione; le masse degli archi sono solide fondazioni, mentre gli interventi di pianoforte e clarinetto vengono centellinati; la ritmica è talvolta cautamente rinforzata da suoni di matrice elettronica; il coro è forse un orpello, e l’orchestra sembra talvolta rigettarlo come un corpo estraneo (diverso invece l’effetto della voce femminile solista in “Consalvo ferito”).
La prova di Buonvino è oggettivamente buona, come conferma uno sguardo alla critica più ferrata, che peraltro sottolinea il pregio di alcuni brani in particolare: voglio citare la scelta di Giuliano Tomassacci, che indica in “Misteri di famiglia” il momento più alto della partitura, e quella di Alessandro Izzi, che privilegia il tema eponimo, effettivamente un eccellente saggio di scrittura, dalla struttura tripartita.
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Personalmente la scelta cade, proprio perché ci troviamo di fronte a una partitura non esente da ridondanze, sulla singolarità di “Giovannino e Teresa”, sostenuto da un arpeggio di pianoforte con un contrappunto di archi, nell’introduzione riprodotti a rovescio, con un disegno simmetrico che esalterà tutti coloro che hanno amato alla follia la celeberrima colonna musicale de Il ventre dell’architetto.