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    I’m not There  di Luca Bandirali    


Sony-BMG, 2007
di Artisti Vari

Va detto rapidamente che il film è fra le rarissime realizzazioni statunitensi che manifestano una chiara estraneità alla mitografia del rock; dal documentario al film di finzione, dal videoclip al film-concerto, capita davvero raramente di imbattersi in un tale coacervo di banalità regressive, vagamente estetizzanti, nel trionfo della gratuità laddove il rock nasce e si sviluppa da sempre nel segno della necessità (per afferrare meglio il concetto si guardi il recente film di Julien Temple su Joe Strummer).

Dev’essere per questo che il film di Todd Haynes è piaciuto in Europa, e segnatamente in Italia, patria dei cantautori, aberrazione culturalista che ha sempre male interpretato e dunque male imitato il modello-Dylan (due esempi facili: De Gregori e Guccini).

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Dedichiamoci invece alla selezione musicale, che al contrario di sceneggiatura e regia, ha ben colto il senso dell’opera di Bob Dylan. Partendo dal primo dei due cd fitti di brani, e saltando a piè pari la prima traccia (Eddie Vedder non sa fare cover! Basta!), troviamo presto qualcosa per cui entusiasmarci: il brano che dà il titolo al film, “I’m not There”, è riletto magistralmente dai Sonic Youth nel pieno della maturità artistica, al modo delle migliori cover dylaniane, quelle che vanno a integrare definitivamente il repertorio dell’interprete, come capitò ai Byrds e a Hendrix.

In stile più mimetico nella strumentazione, con un gusto molto alla The Band, scorrono “Goin’ to Acapulco” di Jim James e soprattutto “Stuck Inside of Mobile with the Memphis Blues Again” di Cat Power. Notevole il meticciato psichedelico degli Iron & Wine, che regalano a “Dark Eyes” un impasto vocale di eccellente qualità; Mark Lanegan tenta la strada dei Sonic Youth, ma la sua “The Man in the Long Balck Coat” inutilmente arrochita indugia in vezzi che fanno soltanto rimpiangere la secchezza dell’originale. Inutile dire che gli “anziani” fanno un gran figura, da Roger McGuinn (“One More Cup of Coffee”) a Willie Nelson (“Señor”).

Il secondo disco comincia con la freschezza e il tiro di “As I Went Out One Morning” interpretata con solidità da Mira Billotte. Interessante il suono ottenuto da Stephen Malkmus (Pavement) e Lee Ranaldo (Sonic Youth) in “Can’t Leave Her Behind”, con steel guitar lontanissime e un’acustica da indie-rock: ecco un altro buon esempio di appropriazione intelligente, che trasporta il brano originale in un mondo affine, quello del rock contemporaneo, non meno importante e valido di quello del passato che qui si celebra.

Le prelibatezze di Sufjan Stevens in “Ring Them Bells” sono praticamente annunciate, essendo lui un grande interprete di testi musicali complessi (si veda la sua cover nell’album-tributo a Joni Mitchell); Charlotte Gainsbourg, roca e stonata come da copione, sussurra “Just Like a Woman”, ma non ci sono gli Air a produrre, dunque non c’è molto da sentire. Chiude molto bene, in chiave soul, “Knockin’on Heaven’s Door” di Antony (apprezzato vocalist del più recente live di Lou Reed), per lasciare infine la scena a Bob Dylan, con la sua “I’m not There”.

Complessivamente, davvero una notevole impresa discografica, condotta con criteri di competenza e sensibilità musicale, filtrata da un considerevole talento, e destinata a numerosi ascolti, nella speranza che questi possano allontanare il più possibile il ricordo del film.







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