Il linguaggio di Stefano Pastor, violinista, è il risultato di un temperamento evidentemente inquieto, appassionato di contaminazioni tra forme non comunicanti, come la canzone italiana e il free jazz, come si può ascoltare in lavori come Una notte in Italia (2004) e Transmutations (2006). Il suo peculiare timbro è però figlio naturale di John Coltrane, e ciò si fa evidente nelle lunghe composizioni di Cycles, il suo penultimo lavoro, di cui qui ci occupiamo in quanto si tratta di un esempio interessante di lavoro sperimentale di musica applicata – non all’immagine, che è il nostro ambito usuale, ma al linguaggio poetico.
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Erika Dagnino porta al progetto un senso musicale forte, peraltro già rilevabile nella sua produzione letteraria, ma che programmaticamente non cerca una sintesi con le lunghe suite coltraniane di Pastor. Quello che insieme realizzano è un montaggio parallelo, in cui ai sofferti intagli di Pastor nella materia musicale si accostano i testi di Erika Dagnino in forma scritta e non (banalmente) recitata; ne consegue che l’autore di tale montaggio può essere soltanto il lettore-ascoltatore.
L’esperimento della lettura è stimolante, con momenti di sintonia fra parola e suono musicale, e altrettanti allontanamenti e disaccordi fra una parola che si arrotonda nell’allitterazione o scandisce sé stessa nella rima interna e un suono “stellare” che si sfrangia e si lacera secondo modalità non ricorsive. Da provare.