Come tutti sanno, l’impostazione dell’universo musicale di Harry Potter si deve a John Williams il quale, dopo tre film, ha lasciato il testimone a Patrick Doyle (Harry Potter e il Calice di Fuoco, 2005), che ora lo trasferisce suo malgrado a Nicholas Hooper, compositore britannico di lunga militanza televisiva ma alla prima esperienza nel cinema ad alto budget. La scelta di Hooper si deve a un’opzione del regista David Yates, che ha collaborato spesso con questo musicista; lo stesso sodalizio è sotto contratto per il prossimo episodio della saga.
L’adesione al sinfonismo williamsiano è apparente; la scrittura di Hooper lavora in tutt’altra direzione e rappresenta una discontinuità nella saga; semplificando al massimo: i personaggi tornano, i temi no. La differenza fondamentale fra i due approcci è un prodotto storico: Williams è un musicista legato alla storia del cinema, Hooper è fuori da questa storia, ed è più facile riconoscere, nella sua tecnica di scoring, i moduli linguistici della nuova serialità televisiva.
Hooper non scrive né riprende un tema per ciascun personaggio; non intende la partitura come qualcosa di compiuto e di esteticamente rilevante in sé, ma come l’istanza musicale di un testo audiovisivo integrato. In questo senso, è vero che c’è molta musica in Harry Potter e l’ordine della Fenice ma è altrettanto vero che molti di questi passaggi musicali possiedono un understatement e una lateralità che niente hanno a che fare con la frontalità williamsiana.
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Certo, in Hooper sono ancora riconoscibili artifici retorici tipici del vero e proprio “commento”, come si può ascoltare nel tema ironico di “Professor Umbridge”, uno dei pochi temi del film; e anche la strumentazione, tolta la chitarra elettrica di “Fireworks” e alcuni effetti puntuali, attinge all’orchestra sinfonica.
Proprio per questo la cifra originale del compositore è rintracciabile in una sorta di “permanenza inconscia” dei tratti del musicista cinematografico, che si combinano con il profilo del moderno “creatore di suono” – al modo, se vogliamo, di una Rachel Portman o, più recentemente, di un Dario Marianelli, che sanno mediare (per indole più che per calcolo) fra esigenza storica ed esuberanza discorsiva.
Ecco allora l’impalpabile introduzione a “The Death of Sirius”, o la minaccia sottilmente montante di “Darkness Takes Over” da una parte, e la bellezza intrinseca dell’architettura barocca di “A Journey to Hogwarts” dall’altra. In sostanza, la saga di “Harry Potter” si conferma un interessante laboratorio di idee sul presente, musica inclusa.