Da qualche anno seguiamo le tracce di un compositore in costante crescita, Paolo Vivaldi, dall’approccio completo alla musica applicata (cinema, teatro, fiction tv); fra le sue ultime cose, avevamo apprezzato il solido score del De Gasperi televisivo di Liliana Cavani. Ghost Son è ora senza dubbio la sua partitura cinematografica più riuscita, per la dialettica che instaura fra le strutture di genere e una cifra personale.
Il brano eponimo esemplifica questa tensione, prendendo le mosse da stilemi horror arcinoti (un tema ostentamente assiale, per voce infantile), e poi liberandosi pian piano, mediante l’intervento delle percussioni, degli schemi convenzionali. Il brano dei titoli di testa esplora le possibilità di orchestrazione di un tema esile, apprezzabile è soprattutto il lavoro sul contrappunto degli archi, di sapore elfmaniano ma senza i relativi fronzoli.
Con “Flying Over Africa” siamo di fronte a un linguaggio più sbrigliato, che può scegliere come e quando risuonare dei tipici oscuri presagi, affidandosi ai registri più bassi dell’orchestra, in un tessuto di tutt’altra fattura, punteggiato di percussioni. Prevedibilmente accorato il tema di Stacey (Laura Harring), per pianoforte e orchestra, concessione alla retorica e al mestiere; discutibile la canzone “Out of a Dream” (specie l’inciso), un terreno minato per i compositori di musica da film, con rare e meditate eccezioni.
“Thandi’s Nightmare”, scritta al pari di altre con il co-orchestratore Fabrizio Pigliucci, fa parte delle brevi “rasoiate” orrorifiche, puramente funzionali e prive di un vero sviluppo; più interessante l’andamento di “Hyena”, particolarmente nella seconda parte, marcata dal libero movimento degli archi, che segue al brusco arresto di una linea spezzata e magmatica. Respiro epico per “Dramatic Run”, ancora una volta sostenuta dalle percussioni, di cui Paolo Vivaldi possiede il “manuale” espressivo già dai tempi del suo adattamento orientaleggiante del “Furioso”.
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Il raccoglimento di “Mark’s Death”, per archi, prova ad articolarsi per ampi banchi di suono, come la Portman di Manchurian Candidate, salvo poi negarsi e riesplodere tradizionalmente in pathos con il tema drammatico. “Suicide” è un esempio di scrittura ancora diversa, una melodia sospesa per percussioni, con un pedale su cui si inscrive un ostinato di archi in crescendo, con una coda di effetti sonori.
L’arpeggio di chitarra e relativa orchestra inturgidita per “Stay with Me”, il fischio che punteggia “Deep Night” ci riportano al convenzionale, ma sempre in una prospettiva di prelievo sapiente, che ci riporta in prima battuta a Maurizio Abeni (che questo genere frequenta assiduamente) e in seconda battuta al folto epigonato morriconiano. In “Thandi’s Death” siamo ancora altrove, tra flauti andini mescolati a timbri scurissimi, fra tremori e timori herrmanniani. In conclusione, si può ancora apprezzare il bel disegno degli archi in “The Game”. Un disco lungo (oltre un’ora), a cui forse avrebbe giovato un po’ di “montaggio” interno; ma in ogni caso un lavoro che ci restituisce un compositore in costante ascesa.