Impresa ardua, per un musicista, entrare nella tessitura di rumori tutti “narrativi” che costituiscono la struttura di Rosso come il cielo, il film di Cristiano Bortone sull’infanzia del montatore del suono, non vedente, Mirco Mencacci. L’impresa è affidata a Ezio Bosso, abile confezionatore di partiture lievi, di ispirazione minimalista, per Tavarelli e Salvatores. Alla sua scrittura non è estranea una certa inclinazione a una solennità non seriosa, adatta all’epica minore dei racconti di formazione, come ben dimostrato a suo tempo in Io non ho paura.
Questa nuova partitura, peraltro, mostra dei segnali incoraggianti a livello di varietà stilistica: se l’allegretto “Della moscacieca” fa parte di un discorso già sentito, piace notare nelle “gocce” pianistiche dell’adagio “Le trésor” una fascinazione nuova, e nell’orchestrazione (dello stesso Bosso) dell’allegro “Di rabbia” un gusto per la luminosità del suono, oltre a una buona capacità di articolazione delle figurazioni melodiche; notevoli anche alcuni lampi di virtuosismo che rivelano una conoscenza profonda degli archi (“Introduction a l’histoire finale”).
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Talvolta affiorano elementi linguistici incoerenti (il clarinetto dell’adagio “Le noir de la lumiere”, dalle parti di Piovani) e marcatamente derivativi (un “Intermezzo” che è un calco da Nyman, come “Petit mains”, praticamente una “lezione di piano”); tuttavia nel complesso non mancano le ragioni dell’ascolto, proprio per la natura frammentaria e autoconclusiva di quelle che Ezio Bosso ha ben definito “immagini concertanti”; non sbaglia in questo senso Susanna Buffa nel riconoscere al compositore torinese “un’autenticità di fondo” (“Raro!” n. 188), quella che si può percepire per esempio nell’ebbro crescendo dell’allegro “A la guerre”.