Il 13 marzo di dieci anni fa moriva a 54 anni Krzysztof Kieslowski, meteora nel cinema contemporaneo, la cui intensa parabola luminosa si è consumata dal 1988 (anno della presentazione al Festival di Cannes di Breve film sull'uccidere) al 1994 (anno di presentazione a Cannes di Film Rosso).
Dopo essersi laureato presso la Scuola di cinema di Lodz il regista Polacco si era dedicato al documentario per passare alla fiction nel 1973 con Il sottopassaggio. Nel 1979 con Il cineamatore vince il Festival di Mosca, ma è con Destino Cieco (1981) e Senza Fine (1984) che il nome di Kieslowski inizia a circolare con una certa frequenza nei circuiti cinematografici internazionali. Il grande successo arriva con Il Decalogo, dieci film ispirati ai dieci comandamenti, presentato al Festival di Venezia del 1989.
Già da Destino Cieco il cinema di Kieslowski si caratterizza per la ricerca costante delle trame nascoste che sottendono l'animo umano e che legano il destino degli uomini. Destino Cieco racconta le tre possibili storie di Witek che si snodano in percorsi differenti a seconda che il protagonista riesca a prendere o meno un treno alla stazione. La struttura parallela sarà riproposta in seguito da Sliding Doors, di Peter Howitt, che ne è un remake risceneggiato e confezionato per il botteghino.
Senza Fine è il primo lungometraggio scritto insieme all'amico e co-sceneggiatore Zbigniew Piesiewicz e con le musiche di Zbigniew Preisner e affronta il tema della morte e dell'eternità dei sentimenti nel ricordo: nel film il protagonista Antony continua a vivere dopo la sua morte in una dimensione spirituale, assistendo alle vicende della sua famiglia.
Entrambi i film, duri e amarissimi, introducono temi che saranno sviluppati nel suo cinema della maturità come il destino e il suo rapporto con le decisioni degli uomini, il segreto che avvolge l'anima umana e il modo in cui questa è in grado di percepire i segni misteriosi del mondo che ci circonda.
Le dieci storie del Decalogo rappresentano forse il momento più alto del regista polacco: ogni film è ispirato a uno dei comandamenti e tutta l'opera è incentrata su un grande condominio del rione Stowki di Varsavia, intorno al quale si svolgono le vicende dei protagonisti. I dieci film, disseminati di rimandi, allusioni e segni nascosti, rappresentano la rivisitazione degli enunciati dei comandamenti in chiave contemporanea, e pongono i protagonisti delle vicende di fronte a piccoli e grandi dilemmi morali.
Segue nel 1991 La doppia vita di Veronica con Irene Jacob, film delicato e intimista incentrato sui paesaggi interiori dell'anima e sulla comunicazione dei sentimenti, delle sensazioni e di quei segni che non passano dai canali della razionalità e della consapevolezza.
La filmografia di Kieslowski si conclude con la trilogia ispirata ai principi (e ai colori) della costituzione francese: libertà, fratellanza, uguaglianza. I tre film vengono presentati tra il 1993 e il 1994 ai tre più importanti festival europei: Film Blu, che consacra Juliette Binoche nel novero delle più grandi attrici europee del decennio, è Leone d'oro al Festival di Venezia, Film Bianco vince l'Orso d'argento per la miglior regia, mentre Film Rosso è presentato nel '94 a Cannes e ottiene tre nomination agli Oscar. Proprio Film Rosso, considerato da molti il suo film più emozionante, esce a mani vuote da Cannes, che gli preferisce un film con una filosofia cinematografica opposta: Pulp Fiction.
Già nel 1993 in occasione della presentazione di Film Blu, Kieslowski aveva annunciato il suo ritiro dal cinema, ma erano in molti a sperare ancora in un suo ritorno dietro la macchina da presa.
Il suo cinema, disseminato di lenti e superfici vitree, era al tempo stesso freddo come la lente di un microscopio puntato sull'animo umano e caldo come lo sguardo pietoso di chi partecipa a ogni momento delle vicende dei suoi protagonisti. Il suo innato perfezionismo, l'intensità e il grado di coinvolgimento nel suo lavorare, il peso di una vita faticosa e difficile lo avevano forse spinto, all'apice del successo, ad annunciare il ritiro e il desiderio di "passare il resto dei giorni a non far niente e a fumare".
Restano i suoi film che, più di tante parole, rappresentano l'eredità di un cinema che non c'è più, fatto di tensione morale e ricerca metafisica, e che collocano la sua opera vicino a quella di Bergman, Tarkovskij e Bresson.
"Si può dire che è cancro o che è stato un incidente di macchina, ma in realtà le persone muoiono perché non possono continuare a vivere. Questo è di solito il motivo per cui le persone muoiono".
Krzysztof Kieslowski (da Simonigh C., La danza dei miseri destini, Testo & Immagine, Torino, 2000).