C’era una volta un giovane cineasta dai capelli folti e bianchi che adorava Wim Wenders e filmava personaggi scapestrati che vivevano le loro avventure quotidiane ai margini del mondo. Poi sono passati gli anni e le stagioni, sono rimasti i capelli folti e bianchi ed è rimasto anche il gusto del regista più indipendente del cinema americano a seguire personaggi solitari e bizzarri che, nel loro errare per il mondo, restano i custodi inconsapevoli dell’insostenibile leggerezza della vita.
Jim Jarmusch ha studiato alla Columbia University e alla Cinémathèque Française ed è stato assistente di Nicholas Ray e di Wim Wenders in Nick’s Movie (1980). L’esordio alla regia risale al 1980 con Permanent Vacation quando, con i suoni del sassofonista solitario John Lurie, inizia il suo percorso di sperimentazione filmica all’insegna di una contaminazione continua tra suono e immagine.
Già con il secondo film, Stranger than Paradise (1984), molti giovani cinefili avevano riconosciuto in lui il nuovo autore-culto del cinema indipendente. Quella miscela originale di personaggi marginali on the road, situazioni bizzarre e umorismo graffiante filmati in un malinconico bianco e nero aveva conquistato l’Europa e permesso a Jarmusch di segnalarsi all’attenzione della critica vincendo, nel 1984, il Pardo d’Oro a Locarno e la Camera d’Oro a Cannes.
Il terzo film è ancora una piccola perla di poesia in immagini, Daunbailò (1986): la storia dell’amicizia fra tre singolari carcerati interpretati da John Lurie, Tom Waits e un Roberto Benigni che sfoggia la sua verve comica con il suo personalissimo slang fiorentino-inglese. La splendida fotografia in bianco e nero di Robby Muller (già fotografo di Wim Wenders) e la colonna sonora, di cui sono coautori anche Waits e Lurie, contribuiscono a fare di questo film uno dei più riusciti di Jarmusch. Daunbailò chiude la trilogia in bianco e nero del primo Jarmusch, che si presenta alle soglie degli anni ’90 come uno tra i registi più interessanti e promettenti della nuova generazione.
Il film successivo, del 1989, rappresenta il primo lavoro a colori del regista americano: si tratta di tre racconti ambientati a Memphis, culla della musica country e soul e città natale di Elvis Presley e del rock’n’roll. Mystery Train è forse il film più wendersiano della filmografia di Jarmusch, ma anche il film in cui si inizia a intravedere la tendenza a un certo manierismo che finirà a volte per prevalere sulla libertà creativa dell’autore e ad attribuirgli un certo snobismo cinematografico.
A Mistery Train segue un altro film a colori. Sono gli anni in cui ci si attende una crescita verso una fase più matura del suo cinema. Jarmusch resta invece a metà strada tra il respiro corto, la libertà creativa e la ricerca stilistica dei suoi precedenti film e la tendenza a raggiungere un pubblico più ampio di quello festivaliero con un cast affermato e una narrazione più ammiccante. E’ il 1992 quando esce Taxisti di notte, che racconta cinque episodi in cui i personaggi si incontrano nel luogo errante e transitorio per eccellenza: il taxi. Nei ruoli principali, accanto a Benigni, compaiono anche Winona Ryder, Gena Rowlands e Beatrice Dalle. Il film è accolto tiepidamente sia dalla critica che dal pubblico tanto da spingere Jarmusch a tornare sul terreno, a lui più congeniale, della ricerca stilistica e della sperimentazione.
Per vedere il successivo lavoro del cineasta, Dead Man, è necessario attendere il 1995. Il film è accolto freddamente al Festival di Cannes, dove viene presentato in concorso, ma suscita grande attesa all’uscita nelle sale soprattutto per la presenza della nuova star del firmamento cinematografico americano, Johnny Depp. Il film resta ancora oggi uno dei più controversi della filmografia di Jarmusch: osannato da alcuni e denigrato da altri, Dead Man riappacifica comunque il regista con gran parte dei suoi fan proponendo un anti-western psichedelico e post-crepuscolare ricco di citazioni fin troppo esplicite.
Il viaggio lento e inesorabile verso la morte di Johnny Depp presenta tutti gli elementi e i temi cari a Jarmusch: la splendida fotografia in bianco e nero di Robbie Muller, la colonna sonora di Neil Young, il viaggio come luogo di incontro di esistenze erranti, l’ironia graffiante, i cammei illustri disseminati per tutto il film (Robert Mitchum, John Hurt, Iggy Pop…), le citazioni cinematografiche (Kurosawa e Mizoguchi su tutti), l’egemonia del binomio immagine-suono sulla narrazione.
Sta forse nell’approccio al film la chiave d’interpretazione per valutarne la riuscita: un percorso sublime e personalissimo nei territori della stilizzazione cinematografica della morte, già percorsi da un certo cinema giapponese, ma anche una conferma della difficoltà a proporre una “storia” che esca dai limiti stretti del racconto a breve-medio raggio per abitare tempi narrativi a più ampio respiro.
Dopo Year of the Horse - documentario del 1997 sulla rock-band Crazy Horse - esce nel 1999 Ghost Dog – Il codice dei samurai e finalmente sembra che ogni ingrediente del cinema di Jarmusch trovi il suo posto in un film d’autore che può raccogliere il gusto di un pubblico più ampio e sciogliersi in un divertimento cinematografico che non è più solo elitario. Il film, intriso del rap notturno dei RZA, narra le vicende di un killer, interpretato da Forest Whitaker, che vive sul tetto di un palazzo, comunica per mezzo dei suoi piccioni viaggiatori e svolge la sua professione con freddezza seguendo il codice etico del samurai.
Tra Rashomon e Frank Costello faccia d’angelo il film non rinuncia a citazioni cinefile e letterarie trovando tuttavia il filo magico che, tra tristezza e comicità, conduce finalmente all’emozione. Nel 2003 Jarmusch presenta al pubblico una raccolta di cortometraggi, Coffe & Cigarettes, iniziati nel 1986 con i 6 minuti di dialogo tra Roberto Benigni e Steven Wright seduti attorno a un tavolino, continuati nel 1989, nel 2003 (il celebre dialogo tra Iggy Pop e Tom Waits premiato a Cannes nella sezione cortometraggi) fino agli episodi girati negli ultimi anni.
Funzionano i duetti legati dal tema comune del caffe e del fumo, fotografati in bianco e nero da diversi direttori di fotografia (da Robby Muller a Tom Dicillo), e come d’incanto sembra di tornare alle atmosfere fresche e anarchiche del primo Jarmusch con i suoi personaggi erranti in cerca d’autore che, davanti a una sigaretta e un caffè, ci parlano con ironia del tempo che trascorre inafferrabile, delle cose che cambiano, dell’inconsistenza dell’esistenza che procede per attimi, per frammenti che quasi mai combaciano tra di loro.
Jim Jarmusch resta oggi uno dei pochi autori che hanno la capacità di emozionare con una sequenza di pure immagini e suoni, di far scoccare quella scintilla che nasconde il suo segreto nell’accostamento di due fotogrammi, nel contatto tra un suono e un fotogramma, nel fluire di un piano-sequenza e di un silenzio che nessuna parola può descrivere o raccontare e che solo l’occhio può vedere se gli si offre la prospettiva di uno sguardo perfetto.
Il suo ultimo film, Broken Flowers, Premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes, è uno dei più attesi della nuova stagione e non solo perché annovera tra i protagonisti il nuovo Bill Murray minimalista e un poker di ottime attrici (Sharon Stone, Jessica Lange, Tilda Swinton e Chloe Sevigny) ma anche perché promette di proporre di nuovo un Jarmusch che mette tecnica, stile e talento visivo a disposizione delle emozioni dello spettatore.