C’era una volta il Manifesto di Oberhausen e c’era una volta il nuovo cinema tedesco con i suoi geniali interpreti e i suoi capolavori. A 34 anni dalla fondazione della cooperativa Filmverlag der Autoren, voluta da tredici filmmaker, tra i quali Wenders e Fassbinder, il cinema tedesco è sempre più orfano dei suoi eccentrici cineasti che hanno ormai esaurito la loro vena e che non sono stati seguiti da una generazione di registi altrettanto talentuosa.
Il primo ad abbandonare il campo (cinematografico) è proprio Alexander Kluge, il portavoce dei giovani registi e documentaristi che il 28 febbraio 1962 avevano presentato il Manifesto di Oberhausen, documento per la rinascita di un cinema d’autore socialmente impegnato e libero dalle convenzioni e dai condizionamenti commerciali. Dopo La forza dei sentimenti (1983) Kluge ha interrotto la sua attività cinematografica per il grande schermo con solo sei lungometraggi al suo attivo, per dedicarsi alla televisione.
C’era poi un talentuoso regista che girava tre film ogni anno e che portava sullo schermo con spietata lucidità la cattiveria dell’uomo contro l’uomo. La macchina da presa di Rainer Werner Fassbinder, nella sua continua ricerca stilistica e formale, girava implacabile attorno alle sue vittime dando vita ad una delle filmografie più preziose e fulminanti della storia del cinema. Ma il prezzo di quegli anni prolifici era alto e a soli 37 anni Fassbinder moriva per overdose interrompendo la sua opera cinematografica dopo un altro film maledetto: Querelle De Brest.
Tra i giovani cineasti tedeschi degli anni ‘70 c’era anche un genio ribelle e inquieto che filmava esseri “primitivi” liberi e selvaggi che cercavano di superare i propri limiti e sfidavano il destino e la natura. Cinema da vertigine in cui Werner Herzog filmava il suo superuomo ai confini dell’umanità, in una lotta irrimediabilmente destinata alla sconfitta. Con la morte del suo alter-ego e attore feticcio Klaus Kinski la tensione espressiva di Herzog si affloscia e anche le imprese titaniche senza speranza dell’uomo perdono il suo narratore.
Quanta nostalgia per la poetica degli angeli di Wim Wenders, per Alice, per l’incredibile atmosfera sospesa sul set di un film da girare in Portogallo. Erano i tempi in cui Wenders sfornava un capolavoro dietro l’altro e ogni film si guardava col fiato sospeso, sperando che quelle due ore potessero non finire mai. Poi sono passati gli anni e, si sa, ogni artista prima o poi esaurisce la sua vena e un po’ perde l’anima. Così anche Wenders un giorno iniziò a filosofeggiare e citarsi addosso perdendo il cuore di buona parte dei suoi ammiratori.
Edgar Reitz sembrava non risentire troppo delle svolte epocali e dei cambiamenti dello scenario cinematografico. La sua saga, Heimat, sembra poter attraversare le fasi della storia come uno spirito hegeliano, raccontando le vicende del suo protagonista, Hermann. Invece dopo il successo delle prime due serie (Heimat - 1985, Die Zweite Heimat - 1992) persino il pubblico italiano, che tanto aveva amato la saga, lo abbandona provocando il momentaneo ritiro delle pellicole dalle sale. Così, nonostante il sostegno di buona parte della critica, anche l’ultimo grande regista del nuovo cinema tedesco torna a confondersi nella mischia della cinematografia contemporanea e quello che una volta era l’evento-Heimat diventa uno dei tanti progetti cinematografici troppo ambiziosi per le sale.
Forse non è un caso che l’ultimo film tedesco a fare discutere si intitoli La caduta e tratti per la prima volta in modo aperto e semplice le vicende dell’uomo e del mostro che ha alimentato il senso di colpa di un popolo per oltre mezzo secolo. Ora che una generazione di cineasti si è esaurita definitivamente si aspetta una nuova generazione di autori con talento e nuove cose da dire…forse siamo di nuovo in Germania anno zero.