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    Valentina Carnelutti  di Claudia Catalli       Le altre interviste


Camaleontismo d’attrice

Oltre vent'anni di carriera sulle spalle. Questo il segreto del meritato successo che sta avendo in questo periodo Valentina Carnelutti, al cinema dal ’98 e presto elemento della “meglio gioventù” di Giordana.  Debutta sul palcoscenico bambina con il padre, attore doppiatore e regista, cresce a forza di corsi di danza e laboratori di recitazione, fa esperienze all’estero e finisce per lavorare con Ridley Scott, Steven Soderbergh e Theo Angelopoulos.

A giugno la vedremo in Un gioco da ragazze di Matteo Rovere e, più avanti, in Coco Chanel di Malcom Mc Dowell. Attualmente è nelle sale con Tutta la vita davanti, Jimmy della collina e l’indipendente Sfiorarsi, opera da lei scritta e interpretata, che sussurra, più che raccontare, una storia d’amore delicata e quotidiana.


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Ha debuttato da bambina, iniziando questo mestiere forse per gioco, poi si è resa indipendente dall’etichetta “figlia d’arte”, maturando numerose esperienze per conto suo…
Nessun gioco, fin da piccola ero consapevole che fare l’attrice era il mestiere che volevo fare. Certo, allora seguivo mio padre in tournée, assistevo ai suoi spettacoli e come tutti i padri e figlie litigavamo anche, però poi il mio percorso è stato diverso, semplicemente altro.

Com’è stato lavorare con Angelo Orlando?
Piacevole. Ha una leggerezza e una tranquillità particolari. Forse è incoscienza: per lui va sempre tutto bene e il bello è che riesce anche ad essere contagioso in questo! Fra di noi c’è stato un confronto continuo. Ci raccontavamo sempre le scene e il lavoro era abbastanza fluido, anche se inizialmente mi preoccupavo molto, perché un conto è scrivere un film, un altro interpretarlo, però poi mi sono lasciata dirigere da lui ed è andata benissimo.

E’ vero che volevano Monica Bellucci al suo posto?
Sì, era una richiesta della produzione francese. Tenere me ha comportato un riadattamento di sceneggiatura, ovvero rimettere mano nuovamente a scene e dialoghi già precedentemente modificati in vista della collaborazione.

A proposito di sceneggiatura, questa prima esperienza com’è stata?
Un po’ d’ansia per il conflitto d’interessi nell’essere sia attrice che sceneggiatrice. Del resto ogni personaggio, mentre lo scrivi, lo interpreti già dentro di te. Però non sono una scrittrice, comunico solo quello che sento vicino, per questo il film parla di cose semplici e sincere.

Ha mai pensato alla regia?
No, ho scritto però per un altro progetto. Con il regista Andrea Caccia stiamo lavorando sulla figura di Antigone, accostata alla figura di una donna di oggi, per raccontarne il conflitto pubblico/privato. Ancora non abbiamo montato il film, né sappiamo il titolo, posso dirvi però che il metodo di recitazione era basato molto sull’improvvisazione.

Lei è in grado di interpretare personaggi molto diversi fra loro, fra gli ultimi resta memorabile la Maria Chiara, dipendente modello che si ribella al sistema-call center in Tutta la vita davanti
Ogni ruolo è una nuova sfida. Virzì non sapeva come inserirmi nel film, ho insistito io perché mi facesse un provino e lì mi sono abbandonata. Mi ha un po’ spaventato la prova costumi, però poi sul set ci credevo fino in fondo: amo rischiare di essere qualcuno lontano da me.

E’ stata allieva di Marcel Marceau, voleva diventare mimo?
No, era più la curiosità di conoscere questo personaggio straordinario, mi piaceva poterlo guardare e seguire da vicino. Come insegnante è un po’ strano, perché resta comunque un mimo, mentre per insegnare bisogna essere particolarmente predisposti, credo.

Per finire, una curiosità: qual è il suo film preferito?
Paris, Texas di Wenders. Racchiude un’essenza del cinema particolare, utilizza le immagini per evocare visioni. E poi racconta una storia d’amore, legami familiari, relazioni difficili, solitudine, alcoolismo… tutto con un cast e una regia davvero straordinari.




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16-05-08

   
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