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    Terrence Howard  di Claudia Catalli       Le altre interviste


Umano, troppo umano

Ne Il buio nell’anima offriva la sua amicizia alla protagonista/giustiziera della notte Jodie Foster. In Iron Man veste i panni del confidente del super-anti-eroe Robert Downey Jr., mentre in The Hunting Party condivide avventure e pericoli con lo spregiudicato giornalista Richard Gere. Versatile, sensibile e in grado di fare da spalla a grandi nomi dello star system hollywoodiano, Terrence Howard è quel che si definisce una voce fuori dal coro.

Lontano da glamour, cinismo e spregiudicatezza dilaganti, è pronto a porsi all’ascolto del suo interlocutore, per mostrargli una dedizione inusuale, unita all’ostinazione di voler trasmettere un messaggio di prorompente umanità al mondo intero.


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Ultimamente al cinema la vediamo spesso in ruoli da “buono”, mentre in passato ha interpretato anche personaggi molto oscuri. In entrambi i casi, come si regola per interpretarli?
Di fondo sono un bravo ragazzo, anche se nella carriera mi sono calato in ruoli piuttosto cattivi, ma ho sempre cercato di far trasparire la loro umanità. In Hustle & Flow, ad esempio, il mio personaggio si occupava di prostituzione e criminalità, ma l’obiettivo che mi ero proposto era far trasparire tutta la sua vulnerabilità, senza giudicarlo. Anche in Iron Man il mio non è solo un personaggio positivo, si macchia di colpe permettendo l’utilizzo delle bombe e quindi massacrando indirettamente delle persone, ma ho cercato lo stesso di portar fuori la sua sensibilità, l’onore e anche l’onestà.

Cambia spesso ruolo, ma sia in The Hunting Party che in Iron Man si ritrova in mezzo a losche questioni di guerra, qual è la sua posizione al proposito?
La meno ipocrita possibile. Diciamo che facciamo la guerra per avere la pace? La realtà è che la facciamo per avere un vantaggio economico. E’ una questione di quali messaggi vuoi mandare, se veri o no. Io con il mio mestiere cerco sempre di portarne uno solo: l’umanità dei personaggi che interpreto. Quando recito smetto di essere me stesso e indosso completamente i loro panni. Passo la vita a saltellare da un ruolo all’altro, sperando di trovarne un giorno uno che mi consenta di tornare all’uomo che ero prima di diventare attore. E’ una sorta di schizofrenia, inevitabile.

Quali sono i suoi progetti futuri?
Il sequel di Iron Man, poi anche Fighting, ma confesso che nei prossimi due anni vorrei dedicarmi soprattutto alla musica. Sta uscendo il mio album Shine Through It e, per tornare a quello che dicevo prima rispetto al messaggio che mi piacerebbe trasmettere, vorrei cercare di riunire l’umanità e avvicinarci gli uni agli altri. Bisogna avere la consapevolezza di chi siamo e dove andiamo, dalla mia esperienza credo di poter dire che le persone hanno molta più paura se non hanno l’amore.

Quindi sacrificherà il suo impegno al cinema a favore di una maggiore attenzione in ambito musicale?
Sì perché la musica è il mio primo grande amore. Voglio dire, la mia musica sono io: sono io a scrivere le canzoni che interpreto e le parole che dico. Il titolo del mio album, ad esempio, contiene già tutto ciò che mi preme comunicare: dentro ognuno di noi brilla una luce che è possibile far trasparire. 

Una delle battute più forti e incisive di Iron man è “sono diventato parte di un sistema che non rende più conto a nessuno”. Anche lei per caso vive questo disagio rispetto al sistema politico del suo Paese?
Sento che non c’è alcun senso di responsabilità da parte del governo, tutti coloro che siedono sulle poltrone del comando vogliono semplicemente rimanerci. Bush ha predicato la paura e quando le persone hanno paura entrano nel panico e allora abbandonano lucidità e diritti. Ed è una tattica non solo esecrabile, ma a dir poco terribile.

E riguardo allo star-system?
Ci sono molti attori che fanno finta di esserlo e si spacciano per tali. Ma il vero attore è colui che si dispone ad essere completamente vuoto, per poi riempirsi con i personaggi che interpreta. Invece certi attori sono pieni solo di se stessi.

Ci può svelare in anteprima qualcosa di Fighting?
L’unica cosa che posso dire è che si tratta di una sorta di remake di Midnight Cowboy e io interpreterò lo stesso ruolo che fu di Dustin Hoffman.

Quali sono gli attori e i registi che personalmente stima di più?
Adoro il piccolo Freddie Highmore, poi Robert Duvall e Susan Sarandon. Tra i registi ho apprezzato molto Jon Favreau, perché ti lascia libero di essere chi sei, perché si fida. Però è difficile e anche un po’ rischioso andare avanti con l’elenco, diciamo che il prossimo sono io!

Per finire, a che punto sente di essere della sua carriera ora che può scegliere di dedicarsi alla sua passione per la musica?
Non saprei, in effetti spesso è difficile capire chi si è. La gente passa la vita a fuggire da se stessa, spesso si scappa per timore che nessuno possa apprezzare chi siamo realmente… Anch’io l’ho fatto, mi sono nascosto nei personaggi che ho interpretato senza averne alcuna responsabilità. Mi dicevo, è lui che uccide, non io. Ecco, con la musica è tutto diverso, sono io il primo e unico responsabile delle parole che scrivo.




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