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    Giuliano Montaldo  di Claudio Panella       Le altre interviste


I miei demoni di San Pietroburgo

Il regista genovese torna al cinema dopo vent’anni con un film complesso, ricco di citazioni e d’incroci tra la biografia e le opere di Fëdor Michailovic Dostoevskij intento a scrivere in pochi giorni l’intero “Il giocatore”, a vivere una congiura simile a quella de “I demoni” (che sarebbe meglio chiamare “demòni”), a ricordare la sua condanna a morte già richiamata ne “L’idiota”, e a confrontarsi con una sorta di alter ego, un ispettore che ricorda “Il grande inquisitore”. I demoni di San Pietroburgo è quindi un’opera ambiziosa la cui realizzazione è stata per Montaldo una sfida importante affrontata con energia e caparbietà. E la produttrice Elda Ferri ha già annunciato che il film avrà una seconda uscita a settembre dopo la riapertura delle scuole all’interno di un programma di pellicole significative dal punto di vista storico e culturale che verranno riproposte in diverse regioni italiane.

Come i suoi colleghi e amici Rosi e Lizzani lei crede ancora in un cinema che possa essere educativo?

Se c’è una parola giusta da coltivare nel nostro paese è la parola “cultura”, che invece non ho mai sentito nominare in tutta la recente campagna elettorale. Bisogna salvare l’Alitalia, certo, ma anche la cultura del nostro paese. I miei vecchi film li fanno vedere in televisione solo alle due di mattina, li vede giusto il mio garagista di notte che poi mi dice: “A Dotto’, gagliardo!”, ma così almeno mi evito i “dieci piani di morbidezza” e il cagnolino che rincorre la carta igienica… Spero che al di là della tensione e dell’attenzione alla costruzione di un film e alle sue immagini, la gente si fermi a discutere fuori dal cinema, anche a litigare e infervorarsi alla ricerca dei tanti segnali che vi sono all’interno del racconto di un lavoro come il mio ultimo film. In questo caso sentirò che il film ha vinto...

Quanti anni ci sono voluti per riuscire a fare questo film?

Sono passati vent’anni dalla prima volta che mi hanno parlato di questo progetto. Anni prima Carlo Ponti aveva girato I girasoli in URSS e voleva fare un altro film in Russia. Perciò era nato questo soggetto da un’idea di Andreij Konchaloski e Paolo Serbandini. Allora però c’erano i sovietici, e a loro il film non andava tanto bene perchè non gli stava simpatico Dostoevskij con tutti i suoi dubbi e le sue sofferenze. Così non se ne fece nulla, io mi sono dimenticato del progetto e mi sono innamorato dell’opera lirica, nella quale ho esordito con grande successo sotto le stelle dell’Arena di Verona con una Turandot che mi avevano affidato perchè avendo io vissuto un anno in Cina pensavano sapessi tutto dell’Oriente. Ma ha sempre voluto tornare al cinema. Ho cominciato a far cinema immediatamente dopo che i fratelli Lumière hanno smesso, nel 1950, prima come attore per Lizzani, Maselli, Pontecorvo, Elio Petri… poi come regista. È naturale che il cinema sia rimasto il mio grande amore e che volessi tornare a girare un film per continuare a raccontare la mia insofferenza per la violenza e l’intolleranza, per mostrare come dalla violenza si generino solo violenza, odio, razzismo, sempre di più.

La vita di Dostoevskij è un’avventura all’altezza dei suoi romanzi?

La vita di Dostoevskij è il più bel romanzo che ci poteva regalare. Tra vizi, amori, malattie e debiti e il modo in cui da giovanissimo si è trovato davanti a un tribunale ad affermare che le idee devono circolare, che non bisogna avere paura delle idee, e poi l’incubo terribile in cui è precipitato per dieci anni in Siberia che lo ha portato a un nuovo percorso di idee, emozioni e sentimenti.... Nel film ci sono diverse direzioni, diversi orologi caricati, tic tac, uno porta a una bomba che sta per scoppiare, tic tac, l’altro porta alla scadenza per la consegna di un libro. Uno dei temi del film è quello del terrorismo, una bestia che nasce con le bombe di quell’epoca che oggi continuano a scoppiare. I terroristi sono assassini, e chi ha definito una bomba intelligente è davvero un idiota! Ed è terribile il fatto che ancora oggi sia possibile finire davanti a un plotone solo per le proprie idee o per il proprio lavoro di giornalista.


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Come ha scelto i due attori principali?

Avendo visto tutti i film di Kusturica, conoscevo bene Miki Manojlovic. Cercavo un attore che venisse dall’Est, che conoscesse quella certa cultura e lui è stato un ottimo Stavrogin a teatro e conosce tutti i romanzi di Dostoevskij. Però quando l’ho incontrato per la prima volta sembrava un hippy matto arrivato in moto senza casco, coi capelli dritti. Allora ho chiesto al trucco di farmi chiamare solo quando lui era pronto e non appena sono entrato nel camerino e l’ho visto che mi guardava attraverso lo specchio tutto pettinato, con la barba e con quegli occhi penetranti, dolenti e pensosi, ecco che ho visto Dostoevskij. Carolina Crescentini l’ho praticamente vista nascere al Centro Sperimentale dove la conoscevo come un peperino incredibile, di grande temperamento, e anche lei, quando l’ho incontrata, dal peperino che era si è subito calata nella postura e nella psicologia del suo personaggio.

Il film è stato girato un anno fa tra San Pietroburgo e il Piemonte, dove avete passato cinque settimane su otto: avete trovato tutto ciò che cercavate nelle location sabaude?

Torino è una città che si è ripresa il cinema che vi era nato grazie agli investimenti fatti e facendo lievitare un indotto serio, una base di professionisti, attori, tecnici, e poi ci sono dei luoghi incredibili a disposizione. Stanno fregando “Telecittà”, quella che non si può quasi più chiamare “Cinecittà” perché ci fanno solo televisione. Per il mio film non avevamo proprio dei mezzi da kolossal, ma abbiamo potuto valorizzare e sfruttare molte magnifiche residenze sabaude e Venaria. Solo che per girare ci serviva un cielo particolarmente grigio e invece sia a Torino sia in Russia trovavamo il sole ogni mattina. Per questo dico che il vero produttore di un film è Dio, l’unico che può decidere cose come questa.  Abbiamo dovuto fare i salti mortali, con sveglie all’una di notte così da poter montare il set in tempo per l’alba e girare alla prima luce del mattino. Un mazzo mai visto, come si dice in latino e come dico sempre ai miei allievi del Centro Sperimentale: per fare cinema nel nostro paese dovete abbracciare il precariato e avere dei nervi come gomene. Io lo sto ancora cercando, e con molta rabbia, il “ladro di ottimismo” che ha rubato ai giovani quel sentimento che noi abbiamo sempre avuto anche nei periodo di maggiore crisi.

Anche il suo primo film è stato girato in Piemonte, quarantacinque anni fa.

Sì, e quando uscì Tiro al piccione, che fu presentato a Venezia, mi accorsi che il piccione ero io. Tutti si aspettavano da me un certo tipo di film perché avevo fatto come attore un partigiano in Achtung! Banditi! e uno che moriva picchiato dai fascisti in Cronache di poveri amanti del mio amico Carlo Lizzani. Questi film mi piacevano ma capivo che si rivolgevano sempre agli stessi spettatori, e quando ho scoperto il libro di Rimanelli che era cresciuto con un’educazione fascista, si era arruolato a sedici anni sotto la Repubblica di Salò e solo dopo un percorso dolorosissimo aveva scoperto che la vera patria era dall’altra parte, ho subito voluto farne un film. Non sapevo però che in quegli anni destra e sinistra dovevano restare irrimediabilmente divise e contrapposte. Quando uscì il film, ero un giovanotto di trent’anni e mi ritrovai solo: la sinistra fuggiva spaventata, la destra si arrabbiò moltissimo, e sul momento decisi di lasciar perdere col cinema. Ebbi la fortuna d’incontrare proprio nel mezzo di questa crisi una persona che mi è rimasta accanto per tutta la vita, Vera Pescarolo Montaldo, che è stata anche la preziosa collaboratrice per il mio ultimo film, grazie alla quale mi sono rimesso a lottare.




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