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    Olivier Marchal  di Marco Spagnoli       Le altre interviste


Tutta la verità

"L'ultima missione è il terzo capitolo di una trilogia sulla solitudine, la disperazione e la perdita dei propri riferimenti. Un'ode a quei domani che non saranno gloriosi, a quelle vite che non portano da nessuna parte." così il regista Olivier Marchal parla del suo ultimo film. Il terzo di una ideale trilogia che arriva dopo il grande successo di 36. "Si tratta di tre film incentrati sulla mancanza di lealtà all'interno di un'istituzione che è profondamente corrotta e sulla delusione di coloro che rappresentano le sue stesse fondamenta. E' una dedica ai tanti poliziotti che ho conosciuto e un tributo alla ricerca dell'assoluto che tanti noi portano avanti. Questa storia è ispirata ad un fatto realmente accaduto che mi ha spinto ad abbandonare la polizia e che mi ha cambiato profondamente. Quando ho lasciato la polizia ero un uomo distrutto e molto debole e grazie a questo film, sto tornando a galla."

Interpretato ancora una volta dall'attore feticcio Daniel Auteil, L'ultima missione racconta le vite parallele di Justine e di Schneider che, una volta, però, si sono già incontrate. Dopo il brutale omicidio dei suoi genitori, Justine vive vissuto nella solitudine tipica di coloro che diventano quasi invisibili. Ma il rilascio anticipato di uno degli assassini risveglia in lei paura e dolore. Il poliziotto, invece, vive una veloce discesa all'inferno dopo l'incidente che lo ha privato della sua famiglia.

Justine trova conforto e compassione in  Schneider, un poliziotto della Squadra Omicidi di Marsiglia, una città nella quale crimini particolarmente efferati e brutali continuano a restare misteriosamente impuniti, mettendo in cattiva luce la polizia. Schneider, un individualista incorruttibile, decide di mettersi contro i suoi superiori e apre un'inchiesta che lo condurrà definitivamente alle soglie dell'inferno.

"L'ultima missione" è innanzitutto un film drammatico, un film che parla di redenzione e di oblio, le uniche condizioni dell'esistenza." spiega il regista "Ma racconta anche l'ultima via crucis di un poliziotto solitario e senza speranza."

Questo film è ispirato ad una serie di storie vere che, poi, lei ha ricondotto ad una narrazione di finzione. Come ha lavorato su questi materiali?
In maniera molto spontanea. I fatti che sono raccontati in questo film mi accompagnano da oltre trenta anni e, finalmente, grazie al successo di 36 è arrivato il momento di poterli raccontare. L'idea di partenza era quella dell'incontro del poliziotto con la bambina che aveva visto venticinque anni prima all'indomani del massacro dei genitori della piccola. La difficoltà principale era 'nutrire' questo elemento e - parallelamente - sviluppare l'inchiesta sugli omicidi seriali delle donne sole e la memoria dell'incidente che ha sconvolto la vita di Schneider. Soprattutto volevo evitare di rappresentare la violenza in maniera sanguinolenta, mentre puntavo a descrivere una sua dimensione di natura principalmente psicologica.  Non volevo che questo si trasformasse in un film gratuito o realista, ma che una sua vena 'onirica' prendesse il sopravvento sul resto del contesto.

Peter Greenaway dice sempre che la vita è 'sesso e morte e niente altro'. Una definizione che si addice molto a questa pellicola dove l'elemento sensuale è mescolato con una storia di morte e vendetta...
L'amore, la morte e la violenza sono elementi fondamentali della vita dell'uomo da sempre. Personalmente adoro la rappresentazione della sensualità al cinema. Non solo quella dei corpi, ma anche quella dei costumi e delle automobili. So esattamente quello che voglio. Per me le scene d'amore devono essere indimenticabili, perché il cinema è migliore rispetto alla vita. Prima di lavorare ad un film mi piace molto documentarmi sui libri, guardare foto e film da cui trarre ispirazione.

Quali, ad esempio?
Sicuramente i film di Sean Penn e Mike Figgis, Heat di Michael Mann, Angel Heart di Alan Parker dove l'estetica gioca un ruolo fondamentale. Per non parlare di Mad Max che mi ha ispirato per il commissariato. Ovviamente il personaggio principale, il suo rapporto con la sigaretta, la notte, la bottiglia, la solitudine trae una profonda ispirazione dal cinema di Sergio Leone che io adoro.  In questo film, però, ci sono anche i silenzi tipici del cinema di Melville. Faccio molti storyboard e davanti alla macchina da presa è come se quello che io ho immaginato sulla carta prendesse forza e diventasse reale.

Rispetto a 36 il protagonista si trova a confrontare con un nemico che non si può 'battere': il passato...
L'unica cosa che tiene in vita Schneider, il personaggio interpretato da Daniel Auteil è la ricerca della verità. Malgrado la sua età e l'alcolismo, lui va avanti perché ha bisogno di scoprire la verità. Questo non come piacere intellettuale, bensì per il bisogno di onorare la memoria delle vittime. E' attraverso la verità che lui può ottenere la sospirata redenzione in grado di fargli affrontare tranquillamente le scelte più difficili della sua vita. E', comunque, unicamente la verità a tenerlo in vita.


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Sia questo film che in originale si intitola Mr.73 e 36 sono accomunati da 'numeri del destino'. Perché?
Mr.73
è un titolo che viene da molto lontano e che ho sempre pensato suonasse bene. Quando ho scritto questa storia sapevo come sarebbe incominciata e come sarebbe finita: mi sembrava che collegarla al nome dell'arma, della pistola che avrebbe tirato le somme di tutta la narrazione avesse un qualcosa di simbolico e di importante. Nel titolo del film leggiamo già il destino dell'eroe. In più un film che avesse per titolo due cifre mi aveva già portato fortuna...

Parliamo del remake americano di 36?
I diritti li ha acquistati Robert De Niro, a dirigerlo sarà Martin Campbell che si baserà su una sceneggiatura di Tony Gilroy. Si dice che il protagonista sarà George Clooney, ma a me sembra più gossip che una voce fondata. Con gli americani non si sa mai...





17-04-08

   
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