Il regista spagnolo firma il thriller Oxford Muders con protagonisti Elijah Wood, John Hurt e Leonor Watling. Tutto inizia quando un'anziana signora viene trovata morta nel soggiorno della sua abitazione. A scoprire il corpo, due uomini che si incontrano per la prima volta in questa circostanza: Arthur Seldom, prestigioso professore di Logica e Martin, giovane studente americano appena approdato all'università per seguire il dottorato proprio col professore Seldom.
La morte dell'anziana non è che il primo di una serie di omicidi che hanno inquietanti elementi in comune. Si tratta di delitti che potrebbero passare quasi inosservati, che potrebbero essere scambiati per morti naturali, se non fosse per il fatto che ciascuno di essi è accompagnato da un messaggio: un'immagine, un segno che cambia di omicidio in omicidio, di morte in morte, dando origine ad una sequenza la cui logica dovrà essere decifrata dai due protagonisti.
"Oxford murders è fondamentalmente un mystery thriller vecchia maniera." spiega il regista spagnolo Alex De La Iglesia "Il film comincia con un omicidio e il motore della storia diventa il desiderio dello spettatore di scoprire l'assassino. Non è niente di nuovo. E allora, perché fare questo film? non ci sono già abbastanza thriller? Che cosa lo rende diverso dagli altri? Innanzitutto, scoprire l'assassino diventa impossibile se prima non si è trovata una risposta alla domanda veramente determinante: si può conoscere la verità? E' possibile avere una certezza assoluta riguardo a qualcosa? E' proprio porsi seriamente questi interrogativi che è insolito per un thriller."
Rispetto ai suoi film precedenti come El dia de la bestia, La comunidad e Crimine Perfetto, qui, però, sembra esserci molto meno black humour... A differenza di tutti i miei lavori del passato, il film è basato su un romanzo e non . Questo dato di fatto obbligava tutti noi a tentare di rispecchiare in qualche maniera il libro originale di Guillermo Martinez e, al tempo stesso, di raccontarne la storia in una maniera determinata. Quindi non aveva senso aggiungere elementi di commedia e di connotarla di un certo senso dello humour che ne avrebbe alterato la natura. Faccio film di genere, seguendo sempre un punto di vista un po' eccentrico: racconto la storia come se ne restassi sempre al di fuori. In questo film, invece, io e il mio sceneggiatore Jorge Guerricaechevarría ci siamo trovati pienamente dentro alla trama con tanto di "istruzioni alla mano." Per me è stato un esperimento interessante sebbene io odi, in genere, la definizione di "black humour". Tutte le commedie, infatti, contengono del black humour dal mio punto di vista. Lo humour è sempre nero. Non è un'idea mia, ma del drammaturgo Rafael Azcona, morto recentemente. La vita ha un lato nero di per sé. Situazioni come quelle di Cary Grant e Katherine Hepburn in Scandalo a Philadelphia non esistono. Appartengono solo all'Iperuranio. La vita in sé è morte e delusione. Proprio perché lo humour parla della vita, assume questo carattere più oscuro. Tutti i personaggi di questo film hanno una vita particolarmente tragica. Sotto la loro apparenza britannica, sono figure che vivono un forte dramma interiore. E' una rottura di continuità rispetto al passato? Tutt'altro. Oxford Murders ha molti punti di contatto con il mio cinema del passato. L'idea di qualcuno che conosce una porzione limitata della realtà senza avere la visione di insieme di quello che accade è molto presente negli altri film che ho fatto. Per non parlare di temi come tradimento, sesso, inganno. Sono cose che racconto seguendo semplicemente un nuovo punto di vista, sicuramente differente.
Cosa l'attirava di più di questa storia? Al di là delle questioni filosofiche inserite nella trama era soprattutto la possibilità di trovarmi di fronte ad una sorta di Cluedo cinematografico e alla possibilità di giocare: un gioco da tavola in cui scoprire menzogne e falsità di tutti i personaggi coinvolti. Al cinema, in genere, è il regista a divertirsi nel giocare con i suoi personaggi: li fa soffrire, gioire, amare, morire, vivere per sempre felici e contenti. Qui le cose sono diverse e il gioco è aperto al pubblico. Il film stesso è stato girato come un mistero in cui lo spettatore deve avere una funzione attiva e deve giocare. Io pretendo che il pubblico non sia passivo. Il film ha senso se chi lo vede decide di entrare al suo interno cercando di scoprire chi è l'assassino. Per me Oxford è come se fosse il cartellone di un gioco da tavolo su cui si muovono i personaggi che non sono altro che pedine. E' un'idea che ho tentato di concretizzare visivamente in una certa sequenza di Oxford Murders. Noi sappiamo in ogni momento come e dove si spostano i protagonisti. La cosa più importante è che nessuno dei vari personaggi dice la verità. Sono tutti quanti dei gran bugiardi ed è come se ognugno di loro avesse una carta nascosta in cui è scritta la reale versione dei fatti.
La sequenza di cui parla si concretizza in un interessantissimo piano sequenza... Nel cinema quello che manca sempre è il tempo. Avrei voluto svilupparlo ancora di più utilizzando degli elicotteri e seguire perfino i personaggi di notte. Purtroppo i produttori non capiscono e se tu vuoi 'dieci', ti offrono 'cinque', ti danno 'due' e ottieni 'uno' rispetto a quello che avevi progettato. Meno male che John Hurt e Elijah Wood dicevano tra loro "Diamo retta al grassone spagnolo e vediamo dove vuole arrivare." Così abbiamo ottenuto un risultato accettabile, ma lontano da quel progetto che io avevo di materializzare sullo schermo il gioco da tavolo con Oxford che diventava una mappa e io che seguivo i personaggi dall'alto, volando. Alla fine quello che ho ottenuto sono otto piccoli piani sequenza uniti da alcune soluzioni tecniche.
Nel film si vede John Hurt vestito da Guy Fawkes. Una citazione di V per Vendetta? No, tutt'altro. Soltanto una malaugurata coincidenza.
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C'è un forte riferimento alla musica di Bach... E' un elemento che proviene dal libro, ma che io e lo sceneggiatore abbiamo sviluppato leggendo un libro intitolato Gödel, Escher, Bach. Un'eterna ghirlanda brillante. Una fuga metaforica su menti e macchine nello spirito di Lewis Carroll. Il volume esplora la relazione tra il teorema dell'incompletezza di Godel, i quadri di Escher e la musica elittica di Bach dove gli elementi si sovrappongo tra loro. Un qualcosa che ci ha molto interessato e che abbiamo distillato nel nostro film utilzzando il tema del canone inverso dove la spirale generata dalla composizione di Bach riconduce l'ascoltatore dalla fine all'inizio.