Interview, nuovo film da regista del celebre attore americano Steve Buscemi è il remake dell’omonima pellicola diretta dal regista olandese Theo Van Gogh, ucciso a sangue freddo in una strada di Amsterdam nel 2004 a causa delle sue idee politiche. “Non conoscevo l’opera di Theo prima di lavorare a questo progetto.” Spiega Buscemi che in Interview interpreta un giornalista mandato ad intervistare un’attrice emergente con cui ingaggia un vero e proprio duello personale e professionale.
“Quando sono stato avvicinato dalla produzione per diventare il regista di una delle tre pellicole che lo stesso Van Gogh avrebbe voluto rifare per il cinema americano, sono rimasto colpito dal modo di lavorare delle persone che lo circondavano e dallo stile di ripresa molto diverso da quello utilizzato in America. Non ho mai conosciuto Van Gogh, ma ho sempre pensato che la maniera migliore per rendere omaggio alla sua memoria fosse quello di fare il mio meglio come filmaker.”
Robert De Niro dice che gli attori tendono a fidarsi di più del regista se questo è anche un loro collega. E’ una considerazione che ha mai fatto nella sua vita professionale? Prima di tutto: non si fidi mai di quello che dice un attore. Più seriamente posso dire che il mio approccio alla regia è sempre avvenuto attraverso il fatto che io sono e resto soprattutto un attore. Un interprete non sempre può diventare un bravo regista anche se uno dei miei registi preferiti, John Cassavetes, era anche un grande attore. Al tempo stesso, però, ci sono anche tanti meravigliosi registi con cui ho lavorato che non hanno mai recitato e che, però, comprendono alla perfezione il processo creativo ed interpretativo: dai Fratelli Coen a Jim Jarmusch, da Alexander Rockwell a Tom DiCillo ho avuto la fortuna nella mia carriera di potere lavorare con registi che conoscono perfettamente la maniera migliore per lavorare con chi recita nei loro film. Inoltre, una delle cose che mi hanno sempre detto di Van Gogh è che lui fosse innamorato degli attori e questo è il motivo principale per cui i produttori volevano che a dirigere i suoi film americani fossero degli attori – registi. Il primo della trilogia, infatti, aveva avuto come regista Stanley Tucci. Del resto quello che io porto in dote a questa pellicola è proprio la comprensione di quello che vivono gli interpreti di cinema e televisione. Ai colleghi che lavorano con me, come regista, cerco di dare loro le stesse cose che io, al loro posto, spero di ottenere da parte di chi mi dirige.
Ovvero? La possibilità di comunicare con il regista: questo consente di farti sentire a tuo agio in quello che fai dandoti l’idea di stare realmente contribuendo al progetto cui lavori, senza essere un mero esecutore o qualcuno che fa ciò che gli viene detto e basta, senza sollevare dubbi o questioni. Per un attore è importante pensare che le sue idee siano di valore per il regista. Al tempo stesso, però, un interprete sa di avere molte responsabilità.
Crede che la coprotagonista di Interview, Sienna Miller abbia avvertito questa maggiore fiducia nei suoi confronti al punto di spingersi un po’ più in là con la sua recitazione… Penso di sì. Penso che Sienna abbia avuto fiducia in me e che il nostro rapporto professionale sia stato tale da convincerla ad affidarsi a me e ad avere fiducia nei miei confronti. La cosa veramente utile è stata il potere usufruire di dieci giorni per le prove, prima dei nove di riprese. E’ stato quello il momento in cui abbiamo trovato insieme una risposta a tutte le domande.
Sponsor
Interview sembra essere, in qualche maniera, riferito agli eccessi della cosiddetta ‘Celebrity Culture’ in cui stiamo vivendo dal punto di vista mediatico… Questo film va oltre l’idea di una semplice ‘intervista’. E’ una riflessione sulle relazioni umane e la loro imprevedibilità. E’ il rapporto tra un uomo e una donna che inizia, come spesso capita, in maniera disastrosa, ma che poi prende il corso di una sua evoluzione molto peculiare. Nel breve periodo in cui quest’uomo e una donna stanno insieme è come se condividessero una vita intera nonostante il loro sia un rapporto palesemente malsano e disfunzionale. I due vivono un’insolita e velocissima connessione, provando un misto di intensa repulsione ed attrazione. Personalmente, ero più interessato ad interpretare un personaggio, piuttosto che ad esprimere un mio commento personale sulla Celebrity Culture. Quando ho visto il film originale e ho letto la sceneggiatura, l’elemento più interessante dal mio punto di vista era sicuramente derivato dai problemi personali e dalla storia del giornalista. Capisco, però, che il film, in qualche maniera, faccia riferimento agli eccessi dei media che tutti conosciamo, ma, per me, la cosa più importante era raccontare il rapporto tra due persone, in apparenza, molto diverse tra loro che scoprono di essere molto più simili di quanto siano disposte ad ammettere.