“Sonetaula è la storia di una vita che si consuma alla velocità del vento. Appena fuscello, le ossa che fanno ancora “sonetàula” (rumore di legna), si vede portare via il padre prima ancora che questi l’ abbia potuto aiutare a diventare albero. La furia del vento, che soffia come un destino ineluttabile al quale non si riesce a opporre riparo, lo getta presto alla macchia bruciandogli rapidamente il terreno intorno senza che vi abbia ancora potuto mettere radici. La combustione è implacabile e si compie definitivamente in quell’ ultimo gesto disperato di fuga col quale si chiude il romanzo omonimo di Giuseppe Fiori. Spira, sempre, durante tutta la narrazione, una sorta di fato, di stato di necessità, che colloca il racconto dalle parti più alte della tragedia. Nel leggerlo per la prima volta, si avverte forte l’urgenza di risarcire quella piccola vita che si nega, e subito, anche nella semplice veste di lettori, s’impone l’esigenza di raccontarla perché già questo, istintivamente, ci appare un modo di prolungarla, e di rendergli giustizia.”
Così il regista Salvatore Mereu introduce Sonetàula, il suo secondo film che presentato al Festival di Berlino, porta lo spettatore in una dimensione arcaica e violenta, silenziosa e piena di luce della Sardegna di cinquanta anni fa. La guerra al banditismo, la rivolta contro lo Stato, la ribellione contro un sistema antico quanto la terra stessa fa di questo film un capolavoro dell’epica delle piccole cose e della gente normale.
Un’opera importante e intensa, fortemente radicata nell’immaginario collettivo sardo che al cinema viene presentata in una versione di due ore e mezza con i sottotitoli, mentre, in futuro, su Raiuno sarà trasmessa doppiata in italiano in due puntate di un’ora e mezza ciascuna. ”Chi di noi, non ha mai sentito forte, l’anelito di far rivivere attraverso il racconto qualcosa che ci è venuto a mancare?” continua Mereu “Come nella vita, anche nel romanzo, c’è certo un sentimento di privazione, quello di una vita che non si compie, reso ancora più doloroso, come tutti i lutti, dal fatto che Sonetàula ci pare di conoscerlo, e pare portare dentro di sé qualcosa di noi stessi. La vita di Zuanne Malune infatti non è molto diversa da quella di tanti ragazzi della mia infanzia, cresciuti con me negli stessi banchi di scuola,e ai quali la vita si è negata, e Orgiadas, il paese del romanzo e della sceneggiatura, riassume in se, virtualmente, tante piccole comunità della Sardegna dell’interno che da bambino ho fatto in tempo a conoscere. La storia nella mia isola, almeno fino a vent’ anni fa, è corsa meno veloce che da altre parti.”
Possiamo tracciare un paragone tra questo film e Salvatore Giuliano di Francesco Rosi? L’unica cosa di veramente buono che ho fatto nella mia vita è stata quella di guardare tantissimi film e – credo – di essere stato un ottimo spettatore. Molte delle suggestioni presenti nei miei film arrivano da lontano. Qualcuna in maniera inconscia, altre, invece, in una forma più cosciente. Salvatore Giuliano è un film io ho adorato. E’ una pellicola di tale grandezza che mi imbarazza quasi parlarne. Ho un forte di disagio ad avere un accostamento perfino remoto con quel capolavoro. Una citazione aperta c’è: solo alla fine, quando Gorinnari muore, ne mostro la faccia. Lo stesso succede per Salvatore Giuliano di cui Rosi non mostra mai il volto. Quella è l’inquadratura in cui ci ho pensato di più.
Chi l’ha guidata idealmente in questa opera? Sicuramente Vittorio De Seta: noi sardi abbiamo un rapporto molto stretto e fecondo con lui come cineasta. E’ stato il primo a raccontare meglio di tutti la Sardegna. La sua capacità di guardare la gente e i luoghi è notevolissima. E’ capace di raccontare la mia isola come un indigeno. Prima di lui tutti quanti hanno solo dato prova di un certo senso oleografico. La sua lezione è ancora molto viva. Sonetàula è un film molto ‘sardo’: essenziale, severo, fatto di poche parole, che, però, significano sempre qualcosa… Ho dato corso e voce all’istinto. Come spettatore adoro la secchezza cinematografica dei fratelli Dardenne diventata uno ‘stile’. E’ uno modo di fare cinema che credo si sposi bene ai personaggi e ai luoghi della Sardegna dove il film è ambientato. In Sardegna la comunicazione, spesso, avviene attraverso il ‘non detto’: silenzi e gesti obbligano a soppesare le parole. E’ stato un approdo naturale. Per me era la chance migliore per raccontare fino in fondo il mondo che conosco. Sul piano stilistico io ho sempre cercato di rifuggire gli orpelli e qualsiasi forma di piccolo barocchismo non al servizio della narrazione e dell’emozione. Mi sono sempre concentrato sull’azione e sui personaggi per non tradire lo spirito del racconto. E’ anche il montaggio a riportare il film alla sua natura.
Lei, però, ha evitato anche ogni ‘anacronismo’. Sonetàula è ambientato in un’era ‘pre-elettrica’ della Sardegna… Il rischio dell’anacronismo era una delle cose che più mi spaventava nell’affrontare i film. Quando si scivola nel terreno della ricostruzione storica, in genere, se ne esce sempre con le ossa rotte. E’ sempre molto insidioso operare in tal senso e uno non dovrebbe mai fronteggiare questo problema quando non si hanno i mezzi adeguati. Alla fine, però, la povertà della produzione mi ha portato ad essere molto stringato e spartano. Devo ammettere, però, che sono stato facilitato dalla scelta dei luoghi e dei visi. La Sardegna di allora non esiste in più: l’ho ricostruita grazie agli artifici che ti dà il montaggio. Ho scelto, poi, le facce guardando con attenzione i dettagli dei personaggi che avrebbero interpretato. Sono convinto che se in un film identifichi bene i luoghi e i personaggi, la metà del lavoro risulta ormai fatta. Anche le comparse sono state scelte con un criterio di corrispondenza al mondo che cercavo di evocare e di richiamare.
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Come si è preparato? Guardando molto materiale d’archivio. Soprattutto quello dei grandi fotografi che hanno visitato la Sardegna prima e subito dopo la guerra. Le facce di quelle foto non sono quelle che si vedono oggi. Erano segnate dalla fame, dalla fatica, dalla malaria.
Che tipo di pressione ha avvertito nel raccontare questa storia? Portare sullo schermo una terra come la Sardegna così poco e male raccontata dal cinema è sempre una grande responsabilità. Il rischio di ‘scivolare’ nell’oleografia era altissimo. Sono stato sempre molto attento cercando di censurare quella parte di ricostruzione storica, guardando, invece, alla grande attualità della storia di Sonetàula. La facilità a perdersi oggi è la stessa di allora. Personalmente ero molto interessato a fare un racconto di formazione con un esito tragico. Quando ho letto il romanzo ho avvertito un fortissimo senso di ineluttabilità come nella tragedia greca. Prima di qualsiasi ragionamento ho lasciato spazio al mio istinto dando vita ad un film “radicale” che ambisce a parlare per immagini. L’elemento femminile è molto presente anche in questo film quando, sorprendentemente, abbiamo davanti una storia di uomini… A differenza di quanto si pensi generalmente, la Sardegna è una terra dove vige il matriarcato. Si pensa che le questioni vengano decise dagli uomini e che la nostra sia una società maschilista. Non è vero: tutte le decisioni più importanti vengono prese in casa ed è la donna a ratificarle o meno. E’ stato così da sempre e credo che questa cosa esca nel film: le cose nella mia terra funzionano così da sempre.