Menzione speciale della giuria al Torino Film Festival 2007 nella sezione ItaliaDoc, Biùtiful cauntri esce finalmente nelle sale italiane con 20 copie. Un piccolo exploit per la media dei documentari al cinema e che fa sperare in una discreta diffusione per un’opera di denuncia molto forte. Il film parla infatti dell’emergenza rifiuti in Campania. Come fanno i grandi film, però, l’accento si sposta dal particolare all’universale, denunciando l’intreccio criminale che lega criminalità organizzata, classe politica e imprese. Abbiamo parlato di questo e del film con i tre registi Esmeralda Calabria, Andrea D'Ambrosio e Peppe Ruggiero.
Ci avete tenuto a dire che il vostro non è un film che parla solo della Campania P.R.: Si, il nostro è un film che parla di tutta l’Italia. Sono solo due le regioni che sono risultate estranee al traffico illegale dei rifiuti, Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige. E’evidente che il traffico riguarda tutto il paese.
Il vostro è anche un film sulla Camorra P.R. : Si, ma la Camorra che abbiamo voluto mostrare non è quella a cui pensa normalmente la gente, quella di Scampia, delle estorsioni, degli omicidi che pure esiste ed è anche legata a quella di cui parliamo noi. Ma noi parliamo soprattutto di una Camorra imprenditoriale, di “colletti bianchi”, “quotata in borsa”, che ha ramificazioni complicate con le imprese e la classe politica. Non si tratta più di sgominare una banda, ormai si è creata una zona grigia che interessa molti strati: basta vedere l’elenco delle condanne e delle imputazioni dei politici delle zone interessate.
Il film è firmato da tre persone. Ciascuno di voi, poi, viene da esperienze molto diverse (montatrice Esmeralda Calabria, documentarista Andrea D’Ambrosio e giornalista Peppe Ruggiero). Come ha influito questa diversità di background nella concezione? Vi siete divisi i compiti? A.D. No, nessuna divisione, credo anzi che sia stata una ricchezza per il film quella di venire da mondi diversi. Le indagini di Peppe sono state fondamentali per documentarci ma una volta cominciato il lavoro propriamente documentaristico, abbiamo fatto tutto quanto insieme dall’inizio alla fine. Certo, al montaggio Esmeralda ci è stata di grande aiuto, aggiungendo magari qualche “tocco” artistico fondamentale. Ma è un film corale.
Come sono andate le riprese? Si è deciso molto al montaggio o avevate già una sorta di sceneggiatura del film? E.C.: Effettivamente avevamo già un’idea precisa di cosa volevamo documentare. Il che non ci ha però impedito di girare 130 ore di materiale. Abbiamo vissuto con i protagonisti del film, li abbiamo seguiti nella loro quotidianità. In pratica riprendevamo costantemente. Poi, naturalmente, il montaggio ha determinato lo stile del film. La prima versione era più “emotiva”, in quella finale abbiamo cercato di aumentare l’obiettività.
Quali sono state per ora le reazioni del pubblico che ha visto il film in anteprima o nei festival, sia all’estero che in Italia? E.C.: Di grande indignazione, in entrambi i casi. Il pubblico del Festival di Rotterdam, che ha una soglia di indignazione molto più bassa della nostra, era stupito di vedere queste punte di inciviltà in paese europeo. Ma ciò è avvenuto anche a Napoli, dove persino chi vive a pochi chilometri dalle discariche a volte ignora le dimensioni del problema.
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Nel film sono inserite delle intercettazioni telefoniche che mostrano come viene organizzato il traffico dei rifiuti. Come mai questa scelta? A.D. Nelle intercettazioni si sentono soprattutto imprenditori dall’accento settentrionale che parlano con i “faccendieri”, responsabili dello smaltimento al Sud. Era un modo di fare capire che il traffico dei rifiuti funziona su una direttrice Nord-Sud che coinvolge tutto il paese, non solo la Campania. Come amo dire, la monnezza è una metafora del marciume politico che esiste in tutto il paese.
E il futuro? Il vostro documentario può fare cambiare le cose? A.D.: Ultimamente l’Unione Europea sembra aver drizzato le antenne, visto che ha comminato una grossa multa all’Italia per le sue discariche abusive. Noi restiamo abbastanza pessimisti e il nostro è, appunto, un documentario: pone le domande, non dà le risposte. Tocca alla società civile e alla classe politica reagire.