Vogliamo anche le rose racconta il profondo cambiamento portato dalla liberazione sessuale e dal movimento femminista in Italia a cavallo tra gli anni sessanta e settanta. Il film si propone di raccontare fatti della Storia recente con l’originalità di uno sguardo ‘al femminile’ su vicende che hanno visto protagoniste proprio le donne italiane. Le storie, vere ed esemplari, riportate nei diari privati di tre giovani donne mostrano le ragioni più intime e personali che stanno alla base di questa rivoluzione sociale, dalla presa di coscienza della condizione femminile alla messa in discussione del primato maschile, fino a una radicale revisione del rapporto uomo-donna.
Vogliamo anche le rose è il terzo documentario di Alina Marazzi dedicato a storie e identità femminili. Con Un’ora sola ti vorrei, l’autrice ricostruisce la figura di una donna, sua madre, che perse quando era bambina. Per sempre indaga le ragioni che spingono alcune donne a fare una scelta di vita definitiva all’interno di comunità monastiche. Con Vogliamo anche le rose lo sguardo di Alina Marazzi si veste di un senso di compartecipazione alle vicende collettive delle donne e alle loro battaglie.
"Tutto è partito dall'osservazione del mio presente: sentivo l'esigenza di capire delle cose dell'oggi per mettere in prospettiva la mia quotdianità con il futuro." spiega la regista "Ho deciso di fare un passo indietro e di guardarmi alle spalle. Sono nata nel 1964 e ricordo qualcosa delle atmosfere degli anni Settanta. Avevo voglia di ricordare, di capire e - soprattutto - di comprendere il mio stesso modo di vivere, oggi, relazioni e amicizie nell'ambito della mia famiglia, con i figli e le mie amiche. Desideravo capire che cosa do per scontato e da dove, invece, mi derivano certi comportamenti. Mi interessava tornare a lavorare su dei materiali d'archivio e cercare tracce e indizi per mettere insieme una storia e formulare un'ipotesi riguardo a come sono andate le cose. Questo seguendo una prospettiva mia personale. Volevo sviluppare una percezione soggettiva degli eventi della grande storia attraverso tre donne diverse. Questo perché proprio in quegli anni si è scoperto che alcune esigenze personali in apparenza, avevano, invece, una portata 'collettiva' e politica. Ecco perché la scelta di utilizzare tre diari di donne molto diverse tra loro e tante voci di persone che tutte insieme formano un discorso unico."
Che cosa ha scoperto?
La cosa che mi ha colpito di più è stata scoprire la lucidità e la consapevolezza che le persone sembravano avere allora. C'era un'urgenza e un desiderio di parlare di certe questioni. La consapevolezza della propria funzione e del proprio stato sociale. Oggi la società è molto cambiata rispetto allora e c'è una maggiore confusione. Molte delle parole del film risultano come estremamente attuali. Visivamente gli archivi sono datati, ma in essi c'è la medesima necessità che abbiamo oggi di stabilire relazioni chiare, in una società migliore.
Le tre voci di donna sono di attrici come Anita Caprioli, Valentina Carnelutti e Teresa Saponangelo il cui tono sembra assomigliarsi molto...
Volevo che fossero tre voci di donne che non fossero me. Nell'altro film io leggevo i diari di mia madre, qui, invece, ho cercato tre interpreti che rispondessero idealmente alla voce interiore di tre donne appartenenti a geografie e a momenti differenti di questi venti anni. Anche la mia voce ha una tonalità bassa e, quindi, forse, in queste tre ho riconosciuto qualcosa di familiare. Idealmente queste tre voci potrebbero appartenere ad un unico personaggio. Quasi ad una sorta di 'Orlando nella trasformazione del tempo'. Mi piace l'ambiguità e la confusione di queste tre voci di donna che sono caratterizzate leggermente e che si intrecciano in un unico flusso di coscienza.
...Lontano dalla Storia ufficiale...
Non era quella al centro del mio film. Non volevo realizzare un documentario tout court, ma qualcosa di diverso. Per questo al centro della narrazione ci sono degli elementi autobiografici e il soggettivo è messo in relazione con il collettivo. Per me era importante porre l'accento di più sul discorso della liberazione sessuale attraverso l'evoluzione di queste tre donne. Certo, gli avvenimenti storici importanti che si sarebbero potuti citare sono molti, ma io ho preferito privilegiare un aspetto della vita, ovvero quello degli 'interni' e non degli avvenimenti pubblici.
Come ha affrontato questo progetto?
In maniera molto aperta: la ricerca dei materiali è proceduta di pari passo a quella dei contenuti. La liberazione sessuale era al centro del mio interesse, ma dovevo capire dove iniziare a raccontare quesa storia e dove finirla. Volevo arrivare all'oggi, e ci sono una serie di richiami che ci portano all'attualità. Man mano che incontravo i materiali ne traevo suggerimento. All'archivio di Pieve Santo Stefano ho cercato dei diari, ma anche altrove. Nell'archivio, poi, sono emersi tre diari che mi sembrano i più appropriati e adatti per il film che volevo fare. Ho coinvolto la scrittrice Silvia Ballestra per ridurre i diari e adattarli al mio lavoro. Ilaria Fraioli, la montatrice, ha collaborato, infine, alla costruzione drammaturgica di Vogliamo anche le rose. Il progetto ha richiesto due anni di lavoro. Nel primo abbiamo definito e raccolto i materiali. Lo abbiamo montato per cinque mesi.
Vogliamo anche le rose è di una grande attualità. Cosa pensa di quello che succede oggi in Italia?
E' paradossale il tentativo strumentale di porre l'attenzione su una questione come l'aborto, quando i temi importanti sono altri come le coppie di fatto e la fecondazione assistita. Invadere le pagine dei giornali con divisioni tra abortisti e antiabortisti è un 'gioco a ribasso' che non aiuta la riflessione su chi siamo e come possono uomini e donne vivere insieme la maternità e la vita di coppia.