Dopo essere stato Shooting Star alla scorsa edizione del Festival di Berlino e, soprattutto, dopo essere stato premiato in primavera con il David di Donatello, Elio Germano è uno dei grandi protagonisti della stagione cinematografica in corso con tre film come Tutta la vita davanti di Paolo Virzì, Nessuna qualità agli eroi di Paolo Franchi e Il mattino ha l'oro in bocca di Francesco Patierno.
Germano insieme a Laura Chiatti e Martina Stella è diretto da Patierno, già autore del sorprendente Pater Familias, in una pellicola ispirata alla storia di Marco Baldini, celebre conduttore radiofonico di RadioDeeJay amico di Fiorello che nel suo libro autobiografico, Il giocatore ha raccontato la sua rovinosa passione per il gioco d'azzardo e le corse di cavalli. "Il mattino ha l'oro in bocca non è una commedia" spiega Elio Germano "Noi volevamo evitare gli stilemi e un certo modo di porsi tipico di questo genere per tentare di dare vita ad un tipo di film nuovo e diverso da un cinema troppo pianificato e strutturato."
Il suo lavoro su Marco Baldini va in direzione di un'interpretazione della vita di questa persona realmente esistente e non in quella di una sorta di 'imitazione'… Era una scelta 'inevitabile', perché non avrebbe avuto alcun senso 'imitare' Marco Baldini. Non mi ha mai fatto piacere imitare nessuno sullo schermo e, poiché si tratta di una persona che tutti quanti noi conosciamo, non aveva alcun senso farlo. Del resto la storia di Baldini è del tutto indipendente dal personaggio che vediamo sullo schermo. In questo senso un'imitazione della sua fisicità e gestualità avrebbe avuto quindi ancora meno senso. Ho preferito allontanarmi da lui, costruendo il personaggio attraverso i racconti delle persone che lo hanno conosciuto e delle leggende che raccontavano su di lui. Volevamo raccontare l'anima di un personaggio che non è necessariamente Baldini. Ci siamo ispirati a lui, ma non volevamo restituire cinematograficamente il Baldini che conosciamo tutti quanti noi. Abbiamo seguito un binario parallelo, mantenendo qualcosa e inventandone altre. Io non volevo l'imitazione, anche perché avrebbe significato lavorare solo sul piano razionale, mentre noi avevamo bisogno di fare passare al pubblico la sua anima. Volevamo esplorare l'elemento fantastico della vita di Baldini e per farlo nella maniera migliore possibile potevamo sganciarci dalla scansione temporale della sua biografia.
Cosa l'affascinava di Baldini? La sua schizofrenia: il suo essere distante e cinico in alcuni momenti, mentre in altri diventava molto disponibile e attento. Da un lato è un uomo fragile, dall'altro un cinico. Il bello di questo personaggio era proprio la mancanza di pesantezza nel modo di affrontare la vita: lui rifiuta l'elemento drammatico della sua esistenza.
Lei l'ha conosciuto? Avevo già conosciuto Baldini andando alla sua trasmissione per lavoro. Lui è venuto sul set del film, ma non è stato un problema in quanto noi non stavamo facendo un biopic, ma raccontando una storia ispirata alla sua vita. Baldini è una persona molto particolare ed enigmatica. E' difficile immaginare cosa pensasse nel vedermi intepretare un personaggio ispirato a lui.
Qual è la responsabilità di interpretare una persona realmente esistente? Mi sono 'deresponsabilizzato': ripeto il Baldini che si vede sul grande schermo è un'invenzione ispirata alla sua psiche particolare. Vorrei aggiungere, però, anche che - paradossalmente - più prendi le distanze da una cosa, più la racconti in profondità. E' anche vero che una persona è più complessa di un personaggio. Come dimostra Io non sono qui, ci sono voluti sette punti di vista differenti per raccontare Bob Dylan. Anche la vita di Baldini avrebbe avuto bisogno di più personaggi diversi per la sua molteplicità.
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Cosa pensa del tema del gioco? Io non amo il gioco d'azzardo. Sono un giocatore d'azzardo nel lavoro, ma non nella vita. Il mio gioco è recitare e credo che tutti quanti noi cerchiamo un gioco che ci rappresenti e che ci appartenga. Un modo per ritrovare il bambino che siamo stati. Baldini, attraverso il gioco, andava alla ricerca del piacere e delle soddisfazioni personali. In quegli anni, ovvero gli Ottanta, nasceva il desiderio di vincere, di arrivare, di diventare qualcuno e, quindi, anche qualcun altro. Questa cosa che si mette in moto è quella che abbiamo cercato di raccontare e che ci portiamo dietro anche nella cultura di oggi.
Parliamo del successo di quest'anno? Il nostro è un lavoro alla continua ricerca della sicurezza. E' stato un periodo di grande lavoro e ho lavorato a cose molto interessanti, senza pensare al successo in quanto tale. Ho affrontato delle avventure e ho lavorato: forse un po' troppo, ma meglio così anziché quando stavo a casa a 'riflettere'. Chiunque fa l'attore sa che il nostro è un mestiere a rischio di lunghissime pause di 'riflessione'.