E’ un archivio che non finisce mai di essere aggiornato. Nasce nel 1989 quando Uberta Visconti di Modrone, sorella di Luchino, donò alla Fondazione Istituto Gramsci le carte del fratello. Il fondo Luchino Visconti,diretto da Caterina d’Amico de Carvalho, documenta il lavoro del regista nel teatro lirico, di prosa e nel cinema. Materiali di diverso genere che spaziano dai circa diecimila documenti cartacei originali, alle cinquemila lettere ricevute dal regista, dai 180 fra copioni, riduzioni, soggetti, scalette, sceneggiature, contratti, materiale amministrativo, calendari di lavorazione, dialoghi e appunti vari, alle dodicimila immagini fotografiche. E ancora. Venti fascicoli riguardano gli altrettanti spettacoli di melodramma realizzati fra il 1954 e il 1973, mentre 44 ricostruiscono gli allestimenti per il teatro di prosa. Completa la serie dedicata al cinema, esclusi i corti, Giorni di gloria,Appunti su un fatto di cronacaeAlla ricerca di Tazio. Nel Fondo sono compresi anche progetti di lavoro mai realizzati.
“L’archivio è sempre in progress – spiega Caterina d’Amico, docente alla Scuola Nazionale di Cinema di Roma - si continua a selezionale materiale, a inventariare quello che già possediamo e ad acquisirlo su disco ottico. Lavoriamo alla realizzazione di una banca dati che poi potrà essere interrogata anche attraverso un portale interattivo.L’archiviazione avviene a seconda dei fondi che riceviamo, quest’anno grazie alle celebrazioni per il centenario abbiamo ottenuto dal governo un piccolo finanziamento che fungerà da volano alle serie di manifestazioni e ci aiuterà a continuare il nostro progetto”.
Come si alimenta questa “macchina” d’archivio?
Occorre andare per teatri e case di produzione di tutta Europa a recuperare quello che Visconti ha lasciato. Bussare e chiedere una fotocopia di quel contratto o di quel copione. Un lavoro duro. Nell’era della tecnologica oltre ai numerosissimi materiali cartacei, abbiamo anche realizzato una serie di interviste video, un centinaio circa, a dei personaggi del mondo dello spettacolo che hanno collaborato in vario modo con il regista di Milano, da Francesco Rosi a Piero Tosi, da Giancarlo Giannini a Rinaldo Ricci, ad Adalberto Maria Merli. Un viaggio attraverso volti e parole per far conoscere meglio il precursore del Neorealismo a chiunque voglia consulatare il nostro archivio.
I occasione di questo centenario quali iniziative promuoverete?
Prima di tutto noi siamo il tramite attraverso cui organizzare gli eventi, siamo il fulcro principale da cui si attinge per raccontare Visconti. Nello specifico promoviamo la mostra che si inaugurerà a ottobre all’Auditorium di S. Cecilia a Roma. Il materiale sarà di vario tipo anche se credo si privilegerà l’aspetto musicale e cinematografico dell’opera viscontiana.
Che difficoltà avete riscontrato nel corso degli anni?
Si incontrano sempre difficoltà quando ci si imbatte in questo genere di progetti. In un primo tempo alla Fondazione Istituto Gramsci non avevamo spazi adeguati, tutto era strozzato in due stanzini. Poi la sede è cambiata e ci è toccato una specie di cantina, un posto pericoloso per le Carte. Infine sono stati affittati degli appartamenti adiacenti alla sede e abbiamo trovato il giusto collocamento per il materiale.
E soddisfazioni?
Soprattutto quando le persone hanno iniziato ad avere fiducia in noi, quando donavano i loro “oggetti” preziosi con la consapevolezza che avrebbero trovato un’adeguata collocazione. E’ indescrivibile quando arriva un assistente costumista che ha trovato il piano di lavorazione di un film e dimostra che le numerosissime settimane di lavoro di cui di solito parla la casa di produzione non sono che un numero assolutamente contenuto. Si comprende così come sono andate veramente le cose. Un esempio su tutti ci è offerto dal Gattopardo, che, sempre stato nella leggenda della produzione “infinita” acquistainvece una dimensione totalmente umana. Certo è stata una realizzazione difficoltosa, che ha implicato orari intensi, ma senza straordinari. Visconti era molto ben organizzato. Arrivava sul set e già sapeva come girare la scena. Anche le prove teatrali raggiungevano i quindici giorni (non certo i sei mesi degli spettacoli di Ronconi o Strehler). Visconti non cercava l’ispirazione sul campo aveva una consapevolezza assoluta del lavoro.
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Dai materiali si scopre anche un Visconti privato?
Si scopre quanto le due sfere coincidano. Non era una persona che mostrava due facce, la sua vita era il suo lavoro, i suoi amici erano quelli che lavoravano con lui. Come disse Gassman: “Il suo cinema era molto teatrale, la sua vita era molto teatrale e il suo teatro un melodramma”. Pubblico e privato erano esattamente la stessa cosa.
Un immenso repertorio di documenti, abbiamo detto. Quali sono invece le lacune?
Ce ne sono tante, molte non si potranno mai colmare, e di alcune si sentirà maggiormente la mancanza. Ad esempio, il primo film di Visconti che risale alla fine degli anni Trenta, autofinanziato, di cui esiste una sceneggiatura incompleta, è andato distrutto in un incendio nella casa di Milano a causa di un bombardamento durante la guerra. Raccontava la storia di una donna che frequentava parecchi uomini. Era una specie di percorso sentimentale che rimarrà per sempre misterioso.
Lei è anche direttrice, insieme al costumista Piero Tosi, del Museo Visconti presso la villa Colombaia a Forio d’Ischia, comprata negli anni Cinquanta dallo stesso regista. Di cosa si tratta?
C’è stato un lungo periodo in cui la casa non apparteneva a nessuno. Nel senso che prima è stata rivenduta dagli eredi di Visconti agli ex proprietari da cui lo stesso Visconti l’aveva acquistata. Poi il Comune ha deciso di appropriarsene per farne un centro culturale. Dopo diversi anni di battaglie legali finalmente viene acquisita e restaurata, snaturandola purtroppo. Comunque le stanze del piano superiore sono state adibite a una mostra permanente in cui si raccontano le varie fasi di vita del regista. In una sala scopriamo le fotografie delle numerose case di Visconti, quella a Milano dove è nato, quella a Grazzano, Cernobbio, Roma e ad Ischia. Un tentativo per respirare l’atmosfera dei suoi luoghi più intimi. Nelle altre tre stanze invece si passano in rassegna i suoi film, gli spettacoli teatrali e le Opere. Tutte le immagini, scelte con Tosi, sono state stampate su carta di riso porosa in modo che lasciassero un alone di ricordo.